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Parricida e seducente: Nosferatu.

di Massimo Capuano · 5 gennaio 2025 · 3 min
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Unendo il rispetto reverenziale per le radici del mito a una visione audace e profondamente personale, il regista americano Robert Eggers ci propone una sua versione del Nosferatu, suo quarto lungometraggio. Il film non si limita a risvegliare un'icona del cinema espressionista, ma la plasma nuovamente, intrecciando il fascino oscuro del film di Murnau (1922) con la malinconica umanità del remake di Herzog (1979), per poi infondere nella sua rilettura una carica erotica di rara intensità, degna dell'immaginario più febbrile del Dracula di Bram Stoker. L'eredità lasciata dai suoi predecessori è monumentale, ma Eggers riesce a elaborare un'estetica sospesa tra classicismo e modernità: il suo Nosferatu non è un semplice rifacimento, bensì una meditazione sulla mortalità, sull'ossessione e sulla seduzione oscura che si annida ai margini dell'esistenza. Dove Murnau tratteggiava un conte Orlok animalesco, simbolo di pestilenza e decadenza, e Herzog un vampiro tragico, condannato a una solitudine eterna, Eggers fonde questi archetipi in una figura che incarna la duplice natura dell'essere umano: un'entità che è al contempo mostro e amante, predatore e prigioniero del desiderio.

Al centro della narrazione si colloca il rapporto tra il vampiro e la protagonista, interpretata con sublime intensità da Lily-Rose Depp. La loro interazione è sospesa tra attrazione e repulsione, dove il sangue diviene metafora di un eros primordiale e ineluttabile. Eggers non si limita a suggerire il sottotesto erotico, ma lo porta in primo piano: il vampiro non è solo incarnazione della morte, ma anche veicolo di un desiderio che sfida i limiti della moralità e della ragione, evocando l'erotismo febbrile del Dracula di Coppola (1992).

Esteticamente, Eggers trasforma ogni fotogramma in un dipinto vivente: le ombre geometriche, i contrasti tra luci naturali e tenebre avvolgenti, e i paesaggi dominati da una nebbia onnipresente rendono il film un omaggio visivo all'espressionismo tedesco. Tuttavia, la modernità del suo approccio emerge nella fluidità della regia e nella costruzione di un'atmosfera capace di fondere il fascino del passato con il ritmo e la sensibilità del cinema contemporaneo. Figura rilevante è quella del professore-alchimista: Willem Dafoe offre una performance che trascende ogni aspettativa, guidando la protagonista lungo un viaggio oscuro e ipnotico, dove la distinzione tra vittima e carnefice si dissolve gradualmente.

L'approccio di Eggers non si limita a una rilettura estetica: il regista esplora temi universali come la mortalità, l'isolamento e la brama di eternità, rendendo il mito del vampiro una metafora per le paure e i desideri più profondi dell'animo umano. La scelta delle ambientazioni, dalle foreste spettrali alle città immerse in un'oscurità quasi palpabile, amplifica la sensazione di essere sospesi in un incubo senza tempo, dove la bellezza e l'orrore si intrecciano in maniera indissolubile. La colonna sonora aggiunge un ulteriore strato di profondità emotiva, con sonorità che mescolano strumenti tradizionali e sperimentazione elettronica per creare un tessuto sonoro che avvolge lo spettatore, amplificando la tensione e il senso di meraviglia. Ogni nota sembra risuonare con il battito delle pulsazioni dei personaggi, trasformando il suono in un'estensione della loro interiorità.

Con questo progetto, Eggers conferma il suo status di autore visionario, in grado di reinterpretare i miti senza tradirne l'essenza, portando avanti una tradizione narrativa che dialoga con il passato per interrogare il presente. Il suo Nosferatu è una figura che evoca pietà e terrore in egual misura, un essere che, pur ancorato al folklore gotico, trova risonanza nella psiche moderna.

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