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Affari di famiglia: La sposa!.

di Massimo Capuano · 7 marzo 2026 · 2 min
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Secondo lungometraggio della regista statunitense Maggie Gyllenhaal, La sposa! racconta in chiave noir la storia de La moglie di Frankenstein di James Whale. Ambientato in una Chicago degli anni Trenta cupa e fumosa, il film segue un solitario e tormentato Frankenstein che chiede l'aiuto della dottoressa Euphronius per creare una compagna. La vittima designata è una giovane donna assassinata che, dopo essere stata riportata in vita, emerge dal tavolo operatorio superando le aspettative dei suoi creatori.

Dotata di una coscienza propria e di un desiderio di autodeterminazione che trascende il ruolo di "sposa" ideale, la donna inizia un percorso di scoperta di sé, creando disagi e tensioni per la città. Il percorso di emancipazione della protagonista non si esaurisce in una ribellione privata, ma si sviluppa nelle strade di Chicago, dove la sua stessa esistenza diventa il catalizzatore di un inedito movimento femminista. La creatura, rifiutando di farsi plasmare dai desideri del suo artefice, si trasforma in un simbolo di rottura radicale, innescando una serie di disagi e tensioni sociali che mettono a nudo l'ipocrisia di una città dominata dal potere maschile. In questo scenario di fermento e conflitto, la ricerca di sé della donna approda infine alla scoperta del vero amore, inteso non come possesso, ma come connessione paritaria che chiude il cerchio della sua umanità ritrovata.

Nonostante le premesse affascinanti, il film rivela presto una evidente fragilità strutturale: il tentativo di ibridare il genere noir con la riflessione femminista e l'horror classico si traduce in una narrazione frammentaria e piuttosto lenta, molti snodi narrativi appaiono forzati e le sottotrame politiche sembrano aggiunte posticce che appesantiscono il ritmo senza arricchire realmente il senso profondo della pellicola. La deriva legata al mondo della criminalità organizzata, con la figura del boss mafioso, risulta decontestualizzata e priva di mordente, finendo per distrarre lo spettatore dal nucleo centrale del racconto.

In questo senso, le presenze di Penélope Cruz e del detective appaiono quasi caricaturali per la scarsezza della scrittura del loro personaggio, ridotti a funzioni narrative che sfiorano l'involontario grottesco e che non riescono mai a incidere profondamente sull'economia della storia. Ciò che desta maggiore perplessità è il contrasto stridente tra un budget faraonico e un esito artistico privo di una coerente giustificazione estetica.

In questo contesto, la presenza di Jake Gyllenhaal appare puramente accessoria: il suo personaggio, incapace di arricchire la parabola della protagonista, si riduce a un'appendice narrativa dettata più da logiche di cast familiare che da un'effettiva urgenza creativa. Tale scelta non fa che esacerbare lo squilibrio tra le ambizioni produttive e la fragilità della sceneggiatura.

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