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Un nuovo parente: Stoker.

di Massimo Capuano · 15 settembre 2025 · 2 min
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Dopo i grandi successi ottenuti con la trilogia della vendetta, il regista sudcoreano Park Chan-wook approda a Hollywood con Stoker (2013). Il film è un thriller psicologico che racconta l'arrivo dello zio Charlie nella vita di India (Mia Wasikowska) e della madre Evelyn (Nicole Kidman), poco dopo la morte improvvisa del padre. La sua presenza, magnetica e inquietante, diventa il motore di un intreccio che mescola seduzione, violenza e segreti sepolti, dando vita a un dramma familiare dall'estetica raffinata e perturbante.

Park costruisce Stoker come un gioco di sguardi e di suggestioni visive, puntando su un'estetica glaciale e ipnotica: i contrasti tra luci e ombre e il montaggio, fatto di raccordi invisibili e dissolvenze che trasformano un'immagine nell'altra, diventano la vera cifra stilistica del film. Ogni passaggio è studiato per sorprendere e destabilizzare lo spettatore, annullando la linearità del tempo e suggerendo un mondo dove realtà e percezione si confondono. L'atmosfera è costantemente sospesa tra eleganza e inquietudine, evocando la tradizione hitchcockiana ma declinandola con una sensibilità moderna ed estremamente gotica.

Tuttavia, proprio questa ricercatezza formale porta con sé alcuni limiti. L'insistenza estetizzante, pur suggestiva, finisce talvolta per comprimere la tensione narrativa; allo stesso modo, il copione di Wentworth Miller (Michael Scofield in Prison Break), ricco di simbolismi e sottintesi, si fa in certi momenti troppo esplicito, smorzando quell'ambiguità che avrebbe potuto costituire la vera forza della vicenda. Alcuni dialoghi, in particolare quelli tra madre e figlia, risultano meno incisivi rispetto alla forza delle immagini, facendo emergere una certa discontinuità tra scrittura e messa in scena.

Le interpretazioni, d'altro canto, sostengono con intensità il tessuto della storia. Mia Wasikowska restituisce perfettamente l'ambiguità di India, divisa tra repulsione e attrazione verso lo zio; Nicole Kidman offre un ritratto di madre fragile e disturbata, in bilico tra desiderio e rassegnazione; Matthew Goode incarna con carisma glaciale lo zio Charlie, pur rischiando talvolta di cadere in un'eccessiva stilizzazione.

Stoker è un'opera affascinante e imperfetta: un thriller gotico e psicologico che conquista per la raffinatezza della regia e l'originalità dell'impianto visivo, ma che lascia intravedere crepe nella compattezza narrativa. È un film che vive soprattutto di atmosfere e immagini, più che di snodi drammatici, e che affascina chi si lascia trasportare dal suo flusso ipnotico, pur rischiando di deludere chi cerca un intreccio più saldo e un ritmo più equilibrato.

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