Ascetismo: The Brutalist.

Il regista statunitense Brady Corbet torna alla regia con The Brutalist, un'opera monumentale che mescola estetica e contenuto in un film visivamente imponente e narrativamente ambizioso, caratteristiche sempre più rare nel cinema moderno. Ripercorrendo la storia dell'architetto ungherese László Tóth, interpretato dal neo premio Oscar Adrien Brody, il film analizza il tormento di un uomo diviso tra la sua genialità e un passato oscuro che lo perseguita.
Ambientato tra la Budapest degli anni '70 e la scena architettonica di New York, Corbet racconta la storia confermando il suo approccio rigoroso, prediligendo inquadrature statiche e simmetriche che evocano il peso e la staticità del cemento brutalista. Il montaggio ha un ritmo dilatato, quasi ipnotico, e la direzione della fotografia di Lol Crawley utilizza una palette cromatica dominata da toni spenti, grigi e ocra, sottolineando la durezza dell'ambiente e l'alienazione del protagonista. Le architetture brutaliste non sono solo sfondo ma specchi del viaggio interiore di László. Le scenografie ricreano con precisione l'America del dopoguerra, evidenziando il contrasto tra le speranze di un nuovo inizio e la dura realtà dell'immigrazione.
La sceneggiatura, firmata dallo stesso Corbet, si sviluppa in maniera non lineare, con continui salti temporali che rispecchiano la memoria frammentata del protagonista. Il linguaggio essenziale e i dialoghi ridotti al minimo lasciano ampio spazio alla narrazione visiva. Il film esplora il sogno americano nella sua declinazione più amara, mostrando come il talento possa essere sfruttato e tradito in nome del profitto e del potere.
Adrien Brody offre una delle sue performance più intense, dando vita a un personaggio complesso e sfaccettato con un uso misurato della mimica e della voce. Al suo fianco, Felicity Jones incarna con delicatezza la resilienza della moglie Erzsébet, mentre Guy Pearce, nei panni del mecenate Harrison Lee Van Buren, si distingue per un'interpretazione magnetica e inquietante, capace di incarnare con ambiguità la figura del benefattore e del carnefice. La colonna sonora (secondo Oscar del film) alterna momenti di silenzio e improvvise esplosioni sonore, enfatizzando il senso di solitudine e tensione. Il sound design amplifica l'impatto emotivo del film, facendo emergere dettagli sonori che rendono materiale la precarietà dell'esistenza del protagonista.
The Brutalist non si limita a raccontare una storia personale, ma si fa ritratto critico dell'America del dopoguerra, mettendo in luce la lotta tra idealismo e compromesso. Il film affronta con lucidità temi come l'immigrazione, la discriminazione, il potere del mecenatismo e l'arte come forma di resistenza. Tuttavia, la sua ambizione può risultare opprimente, con una narrazione che a tratti rischia di appesantire il discorso senza approfondire adeguatamente ogni spunto.
Se il film si impone con forza sul piano visivo e tematico, il finale lascia invece una sensazione di incompletezza. Corbet costruisce un climax emotivo denso, ma sembra esitare nel concludere il percorso del protagonista con la stessa incisività con cui lo ha tracciato. L'ultima sequenza, seppur estremamente evocativa, manca di quel peso drammatico che avrebbe reso il racconto davvero indimenticabile: si ha pertanto la sensazione che la storia si dissolva piuttosto che giungere a una vera risoluzione, lasciando lo spettatore con più domande che risposte.
The Brutalist è un'opera sicuramente affascinante e impegnativa che, nonostante la sua durata impegnativa e il ritmo contemplativo, riesce a lasciare un segno. Corbet realizza un film che, come l'architettura brutalista, è massiccio, imponente e a tratti inaccessibile, ma capace di trasmettere una potente visione artistica e sociale. Un'esperienza cinematografica che divide, ma che merita di essere vissuta.


