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Viaggio nei gironi danteschi: Il cattivo tenente.

di Massimo Capuano · 17 dicembre 2024 · 2 min
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Tra peccato, violenza e squallore urbano prende vita il viaggio viscerale proposto dal visionario regista americano Abel Ferrara: un tenente senza nome vive un susseguirsi di autodistruzione, droga, alcol, sesso violento e corruzione. Il protagonista, interpretato da Harvey Keitel, si trova in una versione contemporanea dei gironi danteschi, tradendo ogni principio della sua divisa e trasformando il suo stesso ruolo in una caricatura grottesca. Proprio in questa rappresentazione estrema è possibile individuare il fulcro del film: solo l'uomo che ha toccato il fondo è capace di comprendere la portata del suo vuoto.

Il protagonista si spoglia letteralmente e figurativamente, dando vita a un personaggio che sembra fagocitato dalle sue stesse scelte. La scena in cui, piangendo, barcolla nudo nella solitudine della notte è iconica: un ritratto disarmante della fragilità di un uomo distrutto. In un'altra scena brutale e controversa, abusa del proprio potere contro due ragazze in auto, trasformando il suo degrado morale in qualcosa di quasi insostenibile per lo spettatore.

La narrazione si muove nella New York più sporca e decadente, una città che negli anni '90 stava per subire la svolta della "tolleranza zero". Ferrara, però, non si limita alla cronaca di un mondo alla deriva: come un Pasolini metropolitano, si interroga sulla possibilità di redenzione, anche di fronte al peccato più imperdonabile. E quando il personaggio di Keitel si confronta con la figura di una suora stuprata, che rifiuta di denunciare i colpevoli per pura fede nel perdono, il film vira in un territorio quasi mistico. È qui che l'ossessione religiosa di Ferrara esplode, mostrando un mondo dove il sacro e il profano si scontrano in modo violento e grottesco.

Il cattivo tenente è probabilmente la summa del cinema di Ferrara, un noir sui generis che pesca dalle atmosfere di Scorsese ma le supera per brutalità e disperazione, un'opera in cui il confine tra bene e male si dissolve, lasciando spazio a un ritratto disturbante dell'essere umano. La potenza del racconto deriva dalla sua capacità di trasformare l'accumulo di degrado in un gesto quasi catartico: l'abisso è mostrato senza veli, ma lascia intravedere anche un barlume di speranza. L'atto finale del tenente, un gesto di inaspettata pietà, non cancella le sue colpe, ma suggerisce che la redenzione, per quanto effimera, è sempre possibile. Tuttavia, la morte del protagonista giunge come un epilogo inevitabile: non è una redenzione compiuta, ma una liberazione dal peso delle sue azioni. In questa conclusione spietata, Ferrara ribadisce la sconfitta di ogni perdono terreno, lasciando lo spettatore sospeso tra condanna e compassione. Un finale che risuona come un ultimo colpo, crudo e definitivo, al cuore di un film che non concede vie di fuga.

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