Una triste senilità: X.

Primo capitolo di una trilogia proseguita con Pearl e MaXXXine, X è dedicato all'intramontabile femminilità e, più in generale, a un certo immaginario dell'America profonda di fine anni Settanta. Prodotto da A24, il film si colloca nel solco del new horror che guarda al passato del genere per rielaborarlo in chiave contemporanea: l'eco di Non aprite quella porta e dello slasher anni '70 è evidente, ma non si tratta di un semplice omaggio nostalgico; piuttosto, di un esercizio consapevole di riscrittura in cui erotismo, violenza e riflessione sullo sguardo si intrecciano in modo programmatico.
La vicenda segue un gruppo di giovani cineasti e interpreti che partono per la campagna texana con l'obiettivo di girare un film pornografico "di qualità" lontano da occhi indiscreti. Affittano una dependance presso una fattoria isolata, di proprietà di una coppia di anziani, Howard e Pearl, che fin da subito incarnano un mondo diverso rispetto ai protagonisti: religioso, represso, segnato dal peso del tempo e dalla frustrazione. Il contrasto tra la vitalità ostentata dei ragazzi, ambiziosi, liberi, convinti di poter piegare anche il porno a una pretesa artistica, e il rancore silenzioso dei padroni di casa genera una tensione che si tradurrà, nel corso della notte, in una spirale di violenza slasher. La trama procede così su binari riconoscibili, senza affidarsi a colpi di scena particolarmente innovativi, ma mantiene un buon controllo del ritmo, alternando preparazione psicologica e scoppio improvviso dell'orrore.
Da un lato c'è il corpo giovane, esibito, capitalizzato, trasformato in merce visiva dentro e fuori il set pornografico; dall'altro il corpo anziano di Pearl, segnato dal decadimento, dal desiderio ancora vivo, ma non più corrisposto dallo sguardo altrui. La scelta di affidare a Mia Goth sia il ruolo di Maxine sia quello di Pearl rende esplicita la dimensione speculare delle due figure: ciò che la prima è, la seconda è stata; ciò che la prima sogna, la seconda rimpiange. In questo gioco di doppi, il porno diventa una metafora del cinema stesso: macchina che consuma corpi, li illumina finché servono, li abbandona quando smettono di essere funzionali al desiderio dello spettatore. Molto interessante anche la scelta metacinematografica per riflettere sul cinema di genere contemporaneo, con l'aspirazione di coniugare intrattenimento e autorialità e innalzare lo slasher e il porno a oggetti degni di un discorso critico sofisticato.
Il primo capitolo della trilogia è sicuramente un'opera consapevole, raffinata nella confezione e dotata di un discorso tematico interessante, ma non riesce sempre a portare alle estreme conseguenze le proprie premesse. Il citazionismo, per quanto colto, talvolta grava sulla freschezza dell'operazione, dando l'impressione di un film che preferisce rielaborare con grande eleganza codici preesistenti piuttosto che tentare una vera rottura. Pur non raggiungendo lo statuto di capolavoro né rivoluzionando i codici del genere, si afferma come un tassello significativo nel panorama dell'horror contemporaneo e come un'ottima porta d'ingresso a una trilogia che, nel suo complesso, ambisce a trasformare un immaginario slasher apparentemente familiare in un dispositivo di riflessione più ampio e stratificato.


