Anatomia del genere umano: Perfect Days.

Parlare di Perfect Days (2023) di Wim Wenders è come scegliere di parlare del Mahābhārata o della Bibbia. Non si fa riferimento alla materia (ovviamente), quanto più alla necessità di dover trovare un punto incipiente del proprio discorso senza sapere da dove iniziare. Il capolavoro di Wim Wenders non segue le gesta di grandi eroi della tradizione da cui tutto discende, non c'è un Kuru, un Pandu o un Abramo, un Giosuè o Saul. Non ci sono padri di tribù, eroi o personaggi particolarmente conformi a ciò che è considerato fuori dall'ordinario, ma un uomo comune: Hirayama. La sceneggiatura di Wenders-Takasaki fornisce altre (poche) informazioni sul protagonista del film: ha una nipote, una sorella con cui non va molto d'accordo, ama prendersi cura di piante raccolte dal ciglio della strada (quelle che nascono tra le fessure di due mattonelle scostate tra loro) e vive a Tokyo in una piccola casa di quartiere. Non è fornito un cognome, né un prima o un dopo di quello che viene mostrato da Wenders.
Le due ore di film seguono la vita di un uomo sulla sessantina che pulisce i bagni pubblici della sua città. La trama si esaurisce nella frase precedente ed è indubbiamente il motivo del successo del film: la vita di Hirayama potrebbe essere la mia, la tua, quella di una donna anziana o di un giovane. La negoziante con cui scambiare due chiacchiere, il ristorante dove andare ogni giorno di paga, il ragazzo che si incontra sempre al parco, la pausa pranzo: tutte abitudini che lo spettatore riscontra nella vita di Hirayama e nella propria. E allora, nell'ottica della noia quotidiana e della routine, quelle piccole cose apparentemente insensate del film assumono il loro significato: assecondare un tris (o filetto, come si preferisce) con uno sconosciuto tramite una stravagante corrispondenza "epistolare" è una forma di innocuo escapismo che fa percepire la realtà intorno a sé meno "regolare". L'uomo giapponese di mezza età che ascolta cassette anni '70 mentre va a lavoro è l'anello di congiunzione tra il suo mondo e quello "reale", non compie azioni straordinarie. È nella sua ordinarietà che il pubblico ritrova e riflette le proprie abitudini: sentire sempre la stessa canzone, bere la stessa bibita ogni mattina, finanche consumare il pranzo ogni volta sulla stessa panchina. Le giornate di Hirayama scivolano nel film una dopo l'altra, portando lo spettatore a chiedersi se ha seguito un mese, un anno o chissà quanto tempo della vita del protagonista.
Perfect Days si configura apparentemente come la resa cinematografica di un aspetto su cui si sofferma il filosofo sudcoreano Byung-chul Han nel suo Elogio della Terra. Un viaggio in giardino:
Il giardino rende possibile un'esperienza temporale intensa. Lavorando in giardino mi sono arricchito di tempo. Il giardino per cui si lavora dà moltissimo in cambio: dà essere e tempo. L'attesa incerta, la pazienza necessaria e la crescita lenta creano un particolare senso del tempo.
Han e Wenders ricordano agli uomini del XXI secolo, chi più chi meno diseducato alla tipologia di film cui appartiene Perfect Days, che sono in grado di sentirsi limitati o arricchiti dalle loro stesse vite. È tutta una questione di tempo e di punti di vista.
Secondo questo approccio si può quindi dedurre che entrambi gli esempi riportati carichino l'essere umano di responsabilità, restituendogli la piena autorità delle proprie scelte e della vita stessa. Non traspare l'idea di un demiurgo che decide o di un destino inesorabile che incombe sulla sorte di Hirayama: è lui a scegliere ogni giorno cosa fare e come. Questo dato, che accomuna ancora di più il protagonista e lo spettatore, si ricollega all'intimo significato del film di Wenders: l'uomo vive costantemente posto di fronte all'infinita esistenzialità, riuscendola a "determinare" (anche se in minima parte) assaporando le piccole cose della propria quotidianità ed emozionandosi con le stesse. Un buon prodotto cinematografico è senza dubbio quello che sa sconvolgere l'animo del pubblico, dimenticandosi però (molto spesso) che il miglior film è quello che "ti" capisce e che "ti" racconta. Wim Wenders l'essere umano l'ha capito bene ed è riuscito a raccontarlo ancora meglio, nella maniera più semplice ma più efficace.


