Un cinema (finalmente) contemporaneo: Sirāt.

Premiato dalla giuria di Cannes durante lo scorso Festival del Cinema, Sirāt di Óliver Laxe si configura come nuova frontiera del cinema europeo. Negli ultimi anni il nostro continente si è mosso in una direzione del tutto diversa rispetto a quella in cui stava andando, assistendo alla formazione di veri e propri filoni cinematografici d'essai che trattano scorci di vita con un modo di fare cinema (a parer mio) destinato a rivoluzionare almeno il prossimo lustro. Per elencare qualche nome e titolo così da far capire ciò di cui sto parlando: Alice Rohrwacher (La chimera e Lazzaro felice) e Francesco Sossai (Altri cannibali e il più recente Le città di pianura) per l'Italia; Lise Akoka e Romane Gueret (I peggiori di tutti) che con Alice Diop (Saint Omer e Fragments for Venus) si fanno artefici di una nuova identità francese (ingegnandosi in realtà suburbane e discrepanze sociali); oppure Kristoffer Borgli (Sick of Myself), che si può prendere come esempio del nuovo cinema scandinavo sui drammi relazionali. Si potrebbe stilare un notevole elenco di registi da attenzionare, ma è giusto riservare a Sirāt lo spazio che merita (suggerisco a chi volesse saperne di più di recuperare almeno i titoli di Un Certain Regard di Cannes e i premi delle giurie indipendenti della Berlinale degli ultimi 5-7 anni).
Sirāt si presenta come un film con cui Laxe vuole comunicare al difficile pubblico di giovani spettatori, sempre più bisognoso di storie che parlino di trascendenza. Le influenze e i legami con il cinema di controcultura degli anni '70 sono evidenti: dalla violenza alla luce, arrivando al desiderio spirituale dei personaggi. Il regista franco-spagnolo colloca la storia di Luis (Sergi López), un goffo padre alla disperata ricerca della figlia Mar, in un mondo fuori dal mondo (se così si può definire) quale il deserto del Marocco visto come luogo di rave, nient'altro che meta di persone alla ricerca di esperienze extracorporee grazie all'uso di stupefacenti e impossibili istinti di sopravvivenza nei rispettivi camper o van parcheggiati sulla sabbia. L'intero film è girato in Super 16 mm, mostrando l'ambiente leggermente sgranato senza definire nessun elemento paesaggistico nello specifico. L'ambiente marocchino è reso magistralmente dalla fotografia di Mauro Herce (responsabile della fotografia anche del docufilm Samsara sulla spiritualità tibetana, per intenderci), che restituisce l'aria soffocante del deserto, la polvere e il sudore.
E allora il contesto della guerra improvvisa che scoppia nel mondo "reale" (quello extra-deserto, non dei rave) permette di comprendere il significato del titolo (fatto intendere all'inizio del film): As-Sirāt al-mustaqīm ("il sentiero verso la salvezza") secondo l'Islam è un ponte su cui ogni persona deve passare dopo la morte per poter accedere al Paradiso, un attraversamento «più sottile di una ciocca di capelli e affilato come la spada più affilata» sotto cui ci sono le fiamme dell'Inferno che bruciano i peccatori cercando di farli cadere. Laxe, fedele islamico, non mette però in scena il dramma della religione, incarnando quest'ultima nella techno, che sembra quindi diventare un canto spirituale che muove l'aggregamento di persone in una versione "bianca ed europea" dei dervisci rotanti, in cui tutto si muove irrimediabilmente, tutto si mescola e niente sembra esistere al di fuori della cerimonia.
La vita di Luis e del figlio Esteban si intreccia con quella di cinque raver, evolvendo con naturalezza attraverso ostacoli fisici (come le montagne o i posti di blocco di militari a difesa di attacchi nemici durante la guerra) e ostacoli simbolici (pregiudizi e solitudini reciproci) che accompagnano il padre e il ragazzino nella ricerca di Mar, e i raver nel raggiungere un altro rave ancora più estremo a sud del Paese. Il risultato è un film vibrante che porta con sé un'ombra mortifera e spietata, celebrando quella ritualità tribale connessa al deserto marocchino e agli stati di trance collettiva.
Il lavoro di Laxe cambia completamente faccia nel giro di una sola inquadratura con la morte improvvisa di uno dei personaggi, cui seguirà uno stravolgimento delle regole del cinema: iniziano ad accadere una serie di eventi assurdi e inaspettati che in una manciata di minuti cambiano le sorti dei protagonisti. Il prodotto ultimo è un finale che risulta così assurdo e lontano dalle aspettative del pubblico di oggi da generare riso e paura allo stesso tempo: l'ansia costante del film esplode in sudore e incredulità. La scelta di Laxe è così audace che pochi altri registi avrebbero osato compierla con mano sicura (e penso subito a un Lanthimos degli esordi), ma è proprio così che il titolo riesce a mostrarsi in tutta la sua fragilità: illuminare nel dolore e nella sconfitta, avendo cura e attenzione verso il prossimo.


