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Crudeltà: Dogville.

di Rosario Reitano · 13 luglio 2026 · 3 min
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Ci sono film che raccontano una storia, e poi ci sono film che mettono lo spettatore davanti a uno specchio. Dogville appartiene senza dubbio alla seconda categoria.

Raramente il cinema è riuscito a rappresentare con tanta lucidità la banalità del male che si nasconde nella quotidianità. Lars von Trier costruisce un incubo ambientato in una piccola comunità apparentemente innocua: un negozio, una chiesa, qualche abitazione e la natura che circonda Elm Street. Un luogo dove tutto sembra tranquillo, ordinario, persino rassicurante. Ed è proprio questa normalità a renderne il ritratto così inquietante.

Ogni abitante vive pensando esclusivamente al proprio interesse. La comunità esiste solo in apparenza, mentre solidarietà ed empatia vengono progressivamente sostituite dall’opportunismo. Tom è il primo a denunciare questa ipocrisia, ma è anche il personaggio che più ne rimane intrappolato. Predica il cambiamento senza esserne realmente convinto, diventando lui stesso vittima della maschera morale che indossa.

L’arrivo di Grace rappresenta la possibilità di rompere questo equilibrio malato. È la speranza che una comunità possa riscoprire umanità e compassione. Ma il cambiamento richiede consapevolezza, apertura mentale e la volontà di mettere in discussione sé stessi: qualità che gli abitanti di Dogville non possiedono.

Non è un caso che il paese porti proprio questo nome. Dogville è una città di cani: animali fedeli e affettuosi, ma pronti a mostrare i denti appena percepiscono una minaccia. Von Trier utilizza questa metafora per raccontare quanto rapidamente l’essere umano possa trasformare la paura, l’invidia o il desiderio di potere in violenza.

Anche la messa in scena diventa parte integrante del discorso. Non esistono muri: le case sono delineate soltanto da linee di gesso sul pavimento e arredate con pochi oggetti essenziali. Tutto è visibile agli occhi di tutti. Non c’è privacy, non esistono segreti. Ogni gesto, ogni abuso e ogni umiliazione vengono osservati dalla comunità senza che nessuno intervenga. È un espediente teatrale tanto semplice quanto devastante, perché ci ricorda che spesso il male non prospera nell’ombra, ma sotto gli occhi di chi sceglie di voltarsi dall’altra parte.

Ed è forse questo l’aspetto che rende Dogville ancora oggi così attuale.

Nella vita reale ognuno vive nella propria casa, nella propria strada, nella propria tranquilla cittadina. Poi, improvvisamente, quella stessa normalità diventa teatro di un fatto di cronaca che sembra inspiegabile. Negli ultimi anni abbiamo assistito a episodi sempre più frequenti di violenza, non solo in Italia ma in tutto il mondo. Analizzando testimonianze, interviste e documenti, la sensazione è sempre la stessa: il male non arriva necessariamente da luoghi lontani o da persone facilmente riconoscibili.

Può nascondersi dietro il sorriso di un vicino, nella gentilezza di un conoscente, nella persona con cui scambiamo due parole ogni giorno. Basta un gesto, una frustrazione, un equilibrio che si rompe. Nel caso di Grace è sufficiente uno sguardo, un piccolo incidente mentre raccoglie delle mele o un semplice atto di gentilezza verso chi è più fragile.

Non esiste una spiegazione universale per certi orrori. Esistono però le responsabilità individuali.

Ed è proprio questo che Grace comprende nel suo viaggio. Arriva a Dogville con speranza, impara ad amarla, finisce per odiarla e, infine, la comprende davvero. Comprende che ogni individuo è responsabile delle proprie scelte e che ogni scelta porta inevitabilmente delle conseguenze.

Dogville non è soltanto un film sulla crudeltà. È un’opera che interroga lo spettatore sulla natura umana, sull’ipocrisia sociale e sul sottile confine che separa la civiltà dalla barbarie. Un film che continua a disturbare perché, in fondo, Dogville non è un luogo lontano: potrebbe essere qualsiasi città. Potrebbe essere la nostra.

Verdetto in tre righe
Von Trier non costruisce una città, costruisce uno specchio. E ciò che vi si riflette è molto più inquietante di qualsiasi incubo.

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