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Il nuovo Potere che inganna il popolo: La grande abbuffata.

di Massimo Capuano · 14 novembre 2024 · 2 min
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«Un monumento all'edonismo»: sono queste le parole che Luis Buñuel utilizza per commentare La grande abbuffata, film del 1973 diretto da Marco Ferreri. Questa descrizione, con rispetto per il maestro spagnolo, è insufficiente per descrivere la complessità e l'importanza del capolavoro del Ferreri, una violenta satira della società consumistica, una "sagra macabra dell'abbondanza" in cui quattro amici borghesi si ritirano in una villa alla periferia di Parigi con l'intenzione di suicidarsi lentamente, abbandonandosi a un'indigestione di cibo e sesso. Già dalla sua presentazione al Festival di Cannes, il film divise il pubblico in sostenitori e detrattori, suscitando uno scandalo tale che portò a una pesante censura.

L'ossessione per il cibo, che attraversa l'intera filmografia di Ferreri, viene qui spinta ai limiti del grottesco e del disgusto: il cibo diventa simbolo di eccesso, piacere, ma anche di morte, mostrandosi sotto forma di vomito, flatulenze, escrementi e persino corpi morti congelati. In questo contesto, il film denuncia apertamente le ipocrisie della classe borghese, intrappolata in una società che glorifica il consumo a discapito dell'autenticità. Il cibo rappresenta l'insoddisfazione materiale e morale della borghesia, portata all'estremo in scene di eccessi alimentari e sessuali, un Kammerspiel che, attraverso l'eccesso e il disgusto, denuncia l'opulenza decadente e il vuoto esistenziale della società capitalista. La loro esistenza è priva di significato: l'accumulo non porta i protagonisti alla felicità ma a un costante desiderio insaziabile.

Ferreri, attraverso una regia cruda e tecnicamente impeccabile, denuncia l'incapacità della modernità di offrire una visione trascendente o un'etica che guidi l'essere umano verso una realizzazione autentica. Le figure dei protagonisti, apparentemente forti e ironiche, rivelano progressivamente la loro vulnerabilità e la loro incapacità di rispondere al proprio stesso bisogno di significato. L'ossessiva ricerca del piacere sensoriale, in questo contesto, diviene paradossalmente una forma di morte spirituale, una condanna al nichilismo.

Unico personaggio parzialmente positivo è la maestra Andrea, alla quale Ferreri attribuisce un ruolo salvifico, un ultimo baluardo di resistenza e speranza in un mondo che sembra privo di significato. Allo stesso tempo, però, la donna-angelo agisce da boia, aiutando i personaggi a concludere la propria opera di abbandono e distruzione. In quest'ottica, è evidente il riferimento del Ferreri all'Angelo sterminatore buñuelliano.

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