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Maestro, scusaci: Salò o le 120 giornate di Sodoma.

di Massimo Capuano · 6 novembre 2025 · 2 min
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Presentato postumo al Festival di Parigi del 1975, Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini è uno dei film più estremi e controversi mai realizzati, considerato il testamento dell'eclettico regista e scrittore bolognese. Il film è suddiviso in quattro parti: Antinferno, Girone delle Manie, Girone della Merda e Girone del Sangue. La suddivisione richiama chiaramente l'inferno dantesco e, in particolare, i tre "gironi" alludono alla tripartizione del "Cerchio dei Violenti". Ambientato nella Repubblica di Salò, il film rappresenta le violenze perpetrate da quattro signori della Repubblica Sociale Italiana nei confronti di sedici figli di famiglie antifasciste. Ciascuno degli uomini rappresenta un preciso potere: il Duca è il potere temporale, il Vescovo il potere spirituale, l'Eccellenza il potere giudiziario e infine il potere economico, rappresentato dal Presidente della Banca Centrale.

Sospeso in un luogo e un tempo simbolici, il potere viene rappresentato nella sua forma più pura e disumana: quella che riduce l'essere umano a oggetto di possesso, sperimentazione e distruzione. Pasolini parte da Sade, ma ne ribalta il significato: non si tratta più della celebrazione del desiderio e della libido individuale, bensì della denuncia di un sistema che trasforma il desiderio stesso in strumento di dominio. Ogni atto sessuale diventa un gesto politico, ogni tortura una metafora della società dei consumi, in cui i corpi vengono mercificati e l'individuo annientato.

Il film è un attacco frontale alla modernità, che Pasolini considera ancora più violenta del fascismo storico. Il vero scandalo di Salò non è la nudità o la brutalità delle scene, ma la lucidità con cui mostra che la logica del potere non è cambiata: si è solo fatta più subdola, più elegante, più "democratica". La violenza non si esercita più nelle stanze della tortura, ma nei supermercati, nella pubblicità, nella televisione, nell'educazione. La società dei consumi diventa il nuovo regime totalitario, e Pasolini lo denuncia con un linguaggio visivo che rifiuta ogni conforto estetico, costringendo lo spettatore a guardare l'orrore senza distacco né catarsi.

Non esiste nessuna salvezza o redenzione, nessun personaggio è innocente, nessuna speranza è concessa. È un'opera glaciale, e questo distacco formale di Pasolini non è mancanza di empatia, ma un modo per impedire qualsiasi complicità emotiva: lo spettatore non può "godere" del film, può solo esserne ferito. Il disgusto della visione diventa lentamente consapevolezza e crea la coscienza politica e sociale di cui Pasolini ha tanto cercato di discutere. Il film, per ovvi motivi, è impossibile da amare ma altrettanto impossibile da dimenticare. Guardarlo significa accettare di attraversare l'inferno che, oggi più che mai, assomiglia spaventosamente alla nostra realtà.

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