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Fenomenologia dell'autolesionismo: L'isola.

di Massimo Capuano · 30 giugno 2026 · 2 min
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L'Isola (“Seom") è il film che ha consacrato Kim Ki-duk a livello internazionale, ma è anche una delle opere più controverse ed enigmatiche del visionario regista sudcoreano. Presentato in Italia durante la Mostra del cinema di Venezia, il film ha subito fatto scalpore e destato sdegno nei più, ottenendo tuttavia un discreto successo tra i critici. Si tratta di un'opera primordiale, silenziosa e radicale, che usa il corpo e l'autolesionismo per raccontare un mondo in cui la parola ha fallito.

La vicenda si svolge interamente in un non-luogo: un lago nebbioso costellato da piccole case galleggianti colorate, affittate a pescatori, latitanti e prostitute. Hee-jin è la traghettatrice che gestisce questo microcosmo, vendendo cibo, esche e, all'occorrenza, il proprio corpo. L'equilibrio precario del luogo si rompe con l'arrivo di Hyun-shik. Tra i due nasce un'attrazione ossessiva, fatta di sguardi, voyeurismo e un disperato bisogno di possesso.

L'isola è celebre per le sue scene di violenza grafica, in particolare quelle che coinvolgono gli ami da pesca, entrate nella storia del cinema per la loro capacità di provocare un disagio fisico nello spettatore. Tuttavia, ridurre il film a una sequenza di shock gratuiti significa non comprenderne la natura profonda. Per Kim Ki-duk, la violenza non è spettacolo, ma una via per raccontare il suo sdegno nei confronti della società contemporanea e il nichilismo che permea la condizione umana. In questo scenario, il dolore è l'unico codice comunicativo rimasto a disposizione di individui irrimediabilmente mutilati nell'anima. I due protagonisti usano l'autolesionismo come richiesta d'aiuto, un tentativo estremo e viscerale di ancorarsi a una parvenza di realtà e di percepire, attraverso la sofferenza, la propria stessa esistenza.

L'elemento acquatico, lungi dal rappresentare un idilliaco scenario naturale, si trasforma in una densa metafora dell'inconscio e dell'isolamento. La nebbia perenne che avvolge le case tramuta il lago in un luogo nel quale le convenzioni morali svaniscono, lasciando il posto alle pulsioni più arcaiche e distruttive. È in questo scenario che il trattamento inflitto ai pesci rivela il vero sottotesto dell'opera: l'animale non è biologicamente o spiritualmente distante dall'uomo, bensì una sua diretta rappresentazione. La crudeltà e le mutilazioni a cui viene sottoposto sono semplicemnte il riflesso di una violenza che l'essere umano esercita, prima di tutto, su se stesso.

Il contrasto stridente tra la placida, quasi pittorica bellezza del paesaggio lacustre e l'efferata ferocia delle azioni che in esso si consumano genera un effetto che destabilizza profondamente chi guarda. È l'atmosfera stessa a farsi claustrofobica, nonostante l'apparente vastità dello specchio d'acqua. Le case galleggianti sono prigioni da cui è impossibile evadere, se non sprofondando ulteriormente nel gorgo delle proprie ossessioni. Kim Ki-duk filma il silenzio che schiaccia i personaggi, privandoli di ogni via di fuga convenzionale e agendo da demiurgo che plasma ogni elemento a sua disposizione.

Verdetto in tre righe
Kim Ki-duk firma un capolavoro opprimente che non cerca la benevolenza dello spetattore, ma si conficca dentro come quegli ami da pesca, lasciando addosso il sapore livido di un cinema che non scende a compromessi con nessuno

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