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Un disperato bisogno: Pearl.

di Massimo Capuano · 20 novembre 2025 · 3 min
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Secondo capitolo della trilogia inaugurata da X e completata da MaXXXine, Pearl funge da prequel narrativo e da mezzo di approfondimento psicologico, immergendosi nelle frustrazioni, nelle fantasie di gloria e nella lenta deriva mentale della protagonista, sullo sfondo di un'America rurale oppressiva e claustrofobica. Se X lavorava sull'immaginario dello slasher anni Settanta, Pearl scava nella genesi del mostro, nella sua solitudine e nel suo desiderio frustrato, richiamando i principi dello Psycho hitchcockiano.

Ambientato nel 1918, in una fattoria isolata segnata dalla guerra e dall'epidemia influenzale, Pearl osserva da vicino l'erosione psicologica della protagonista, compressa tra un ambiente familiare ostile, un marito assente al fronte e un mondo esterno che le appare irraggiungibile. La fattoria diventa un microcosmo malato, un luogo in cui solitudine e repressione sedimentano fino a produrre una frattura irreparabile. Il contrasto visivo con X è netto: colori saturi, immagini pulite, un'estetica che richiama i melodrammi hollywoodiani del Technicolor anni Cinquanta, con la loro promessa di evasione. Dietro quella brillantezza si insinua però il progressivo disfacimento mentale di Pearl, alla ricerca disperata di un riconoscimento che la sottragga a un'esistenza angusta e ripetitiva.

Ti West costruisce un film che si rifà ai codici del melodramma e del musical, salvo poi incrinarli dall'interno: la promessa del sogno americano si rovescia in un incubo di isolamento, risentimento e violenza. In questo gioco di contrasti, Mia Goth offre una performance totalizzante: la sua Pearl oscilla tra innocenza infantile e furia incontrollabile, diventando un personaggio insieme tragicomico, repellente e dolorosamente umano. Il celebre monologo finale e il sorriso perturbante dei titoli di coda ne sono la manifestazione più compiuta.

L'aspetto più interessante del film è la sua capacità di ampliare il discorso inaugurato da X. Se nel primo capitolo il confronto tra corpo giovane e corpo anziano era già centrale, Pearl mostra l'origine di quella frattura: la protagonista incarna un desiderio impossibile, schiacciato da norme sociali, dalla famiglia, dalla guerra e dall'assenza di uno sguardo che la riconosca. Qui il mostro non nasce dal puro impulso slasher, ma da un accumulo di frustrazioni, sogni irrealizzati e fantasie di gloria che trovano sfogo solo nella violenza. La scelta di un registro più controllato e teatrale rispetto a X rende Pearl meno immediato come horror, ma più interessante come ritratto psicologico deformato. Proprio questo scarto estetico contribuisce alla coerenza della trilogia, che procede a ritroso nell'immaginario cinematografico americano: dallo slasher anni Settanta allo psicodramma classico, fino all'estetica anni Ottanta di MaXXXine.

Pur senza reinventare i generi che attraversa, Pearl sorprende per lucidità concettuale e sicurezza registica. È un film più intimo e più piccolo di X, ma anche più audace nel tentativo di far convivere horror, melodramma e autoritratto della follia. Il risultato è un'opera che vive quasi interamente sulla performance di Mia Goth, capace di trasformare la storia di una giovane donna che sogna di essere amata in un incubo di desiderio, isolamento e identità negata. Un tassello fondamentale della trilogia, che rilegge la figura del "mostro" non come eccezione, ma come esito estremo, e tragicamente umano, del bisogno di essere visti.

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