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La cura - Dov'è la casa del mio amico?.

di Massimo Capuano · 8 luglio 2025 · 2 min
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Terzo lungometraggio del maestro Abbas Kiarostami, Dov'è la casa del mio amico? (1987) è un'opera che trova nella semplicità la sua forza e definisce quelle cifre stilistiche che diventeranno centrali nel cinema neorealista contemplativo iraniano. Ambientato nella regione di Koker, in Iran, racconta la storia di Ahmad, un bambino che scopre di aver preso per errore il quaderno di un compagno. Temendo che l'amico possa essere punito, decide di restituirglielo e si mette in cammino per cercare la sua casa. Questa azione, apparentemente semplice, diventa il punto di partenza per un viaggio fisico e simbolico, in cui il bambino si confronta con l'indifferenza degli adulti, con i limiti del linguaggio e con la persistenza silenziosa del proprio intento.

Il film si ispira alla poesia Dov'è la Dimora dell'Amico di Sohrab Sepehri, da cui riprende il titolo e l'immaginario. Nei versi evocati ("Tu andrai fino in fondo al viottolo / Fino al punto in cui spunterà l'adolescenza / Poi ti volgerai verso il fiore della solitudine") si intravede chiaramente l'impianto poetico del film: un bambino che attraversa sentieri, entra in cortili, fa domande e riceve risposte incomplete, ma non si arrende. Il suo cammino non è solo geografico: è un'esplorazione della responsabilità, del gesto gratuito, della possibilità che l'etica nasca anche nell'infanzia, senza mediazioni.

Kiarostami racconta tutto questo con uno stile sobrio, privo di ogni enfasi narrativa. La macchina da presa è discreta, i dialoghi essenziali, il ritmo dilatato. Gli attori parlano e si muovono senza artificio, e questo restituisce al film un senso di realtà che è anche apertura alla contemplazione. Ogni scena sembra durare il tempo necessario, senza fretta né sovrastrutture. Il paesaggio diventa parte integrante della narrazione: le strade di terra, le porte in legno, i muretti, le scale e le piante formano un mondo concreto ma carico di senso, dove ogni dettaglio può contenere un'intuizione più ampia.

Il film non propone soluzioni, non spiega, non conclude. Si limita a seguire un bambino nel suo tentativo ostinato di fare la cosa giusta, lasciando che sia lo spettatore a trovare il significato, se lo desidera. È proprio in questa apertura, nella scelta di non forzare interpretazioni, che si colloca la grandezza dell'opera. Il tema centrale è la responsabilità individuale, vista attraverso lo sguardo di un bambino, ma non è mai trattato in modo retorico o pedagogico. Ahmad non agisce per virtù morale o per dimostrare qualcosa: lo fa perché gli sembra giusto. In questo senso, il film evita ogni lezione esplicita e si limita a mostrare e, proprio mostrando, Kiarostami riesce a rendere universale un gesto innocente.

Dov'è la casa del mio amico? è un film che chiede pazienza. Chi ne accetta il ritmo si interfaccia con un'opera limpida, coerente e capace di toccare corde profonde senza mai alzare la voce. La ricerca di un quaderno diventa, senza forzature, una riflessione sul senso di cura, sulla distanza tra adulti e bambini, e sulla possibilità che un gesto semplice contenga qualcosa di molto più grande.

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