La liberté à trois: Jules e Jim.

L'origine romanzesco-autobiografica del film di Truffaut è la chiave di volta per comprendere la vera essenza di Jules, di Jim e di Catherine. Due amici (Jules austriaco e Jim francese) vivono la loro spensieratezza giovanile dandosi alle donne e a discorsi peripatetici sull'arte e la filosofia. Tutto cambia quando entra nelle loro vite l'immagine di un femminile seducente: una statua greca rinvenuta da scavi recenti è mostrata loro da un amico archeologo, e i due amici si sentono alimentati da un desiderio incontenibile. La statua in questione accenna a un enigmatico sorriso vinciano che viene interpretato da Jules e Jim come una sopita (ma perenne) carica sessuale e seduttrice di una donna del passato. Tutto questo sembra ancorarsi su tratti archetipici di una femminilità quasi cortese, in cui il sorriso era il mezzo per intercettare la determinatezza dell'altro, l'"io ci sto, mi piaci".
Questa potenza del femminile, la cui immagine si afferma sottraendosi invece a ogni potere maschile, trova la sua manifestazione in una ragazza francese del XX secolo: Catherine. Come per tutto ciò che vive sul piano delle idee, anche la potenza assoluta del femminile, quando cala nella realtà empirica, diventa "ordinata". Un ordine costretto a diventare "ambiguità" perché costringe una Potenza troppo forte. Jules e Jim è, in ultima istanza, un melodramma senza morale: il femminile è apparentemente riconsegnato in maniera gaia ma ripresenta, invece, l'elusione melodrammatica. Le costrizioni (non più sociali) sono quei soli vincoli che indossa il soggetto senza accorgersene e che lo separano dalla vita.
Truffaut sottende al triangolo amoroso l'amicizia dei due protagonisti maschili: è il loro rapporto che declina l'amore che entrambi provano per Catherine, tanto da pattuire i sentimenti reciproci ora a favore dell'uno e ora dell'altro. Contrariamente, per comprendere Catherine non è necessario impelagarsi nella vita del personaggio e nell'interpretazione delle sue azioni. Appaiono estremamente utili per interpretarla la sua prima scena nel film e l'ultima, cioè quando la donna viene mostrata negli aspetti più bohémien della sua vita e quando capitola. Il personaggio di Jeanne Moreau è una donna degli anni '10 che si colloca a cavallo tra il femminile bohémien spregiudicato e quello desideroso delle flapper: si veste da uomo, vive liberamente la sua sessualità, ama la vita ma allo stesso tempo brama la morte. Il personaggio femminile, proprio per quella potenza incontenibile costretta all'ordine, è un catalizzatore di morte. Sarà la Morte all'inizio (quando mette in valigia il veleno) ma sarà soprattutto Morte alla fine.
Il film non scioglie i suoi enigmi, collocandosi a pieno titolo nel novero di lungometraggi che non devono spiegare tutto per far sì che lo spettatore capisca: gli interrogativi che rimangono dopo la visione sono quelli che portano alle migliori considerazioni su ciò che si è visto e sulla propria esistenza.


