L’oscena allegria del giudizio: La più bella serata della mia vita.

Completamente abbandonato agli artigli di una giustizia inaspettata, Alfredo Rossi — nomen omen perfetto per uno spirito industriale meneghino, homo oeconomicus fanfarone e zelante cultore dell’utile, in cui una parte della critica ha riconosciuto la prefigurazione di un epigono guasto dell’imprenditoria berlusconiana; intrappolato, come dicevo, in un carnevalesco processo kafkiano, il nostro protagonista vive in questa novella un intermezzo della coscienza, un’inquieta esperienza metafisica che inizia con un’erranza allucinata fra le serene balze elvetiche, all’inseguimento di un’enigmatica motociclista in completo di latex nero.
Dopo questo parossistico pedinamento, quasi una corsa disperata fra le mille stanze di un palagio incantato romanzesco, Alfredo si ritrova isolato in un luogo altro — idealmente extrastorico e affrancato dalle sue sordide coordinate esistenziali — dove è chiamato a sostenere il più impreteribile dei giudizi, quello pronunciato dal tribunale della sua coscienza, acutamente incarnato nelle figure ieratiche del Giudice e del pubblico Ministero. Questi, attraverso un incalzante interrogatorio, faranno emergere furbescamente i disegni delittuosi sepolti alla base della sua carriera imprenditoriale.
Una tenace resistenza, nonché un’evidente controffensiva, a questa azione giudiziaria si articola sul triplice piano della contraffazione del reale, della ridicolizzazione del processo e del ricorso alla forza dissacrante del riso; già in limine, a partire dall’inseguimento della misteriosa motociclista, la stridente antitesi fra il ritmo ossessivo e perturbante della colonna sonora elettronica e la disinvolta ilarità di Alfredo, le cui risate e motteggi sembrano irridere la pericolosità della situazione che sta vivendo, prefigura una dialettica destinata ad attraversare l’intera pellicola.
La tensione si manifesta a ogni livello semantico, articolandosi in una serie di opposizioni: Italia-Svizzera, riposo-agonia, giudice-imputato e, soprattutto, realtà-finzione, secondo una polarità già richiamata in precedenza. La rigorosa professionalità dell’apparato processuale e l’incisività dei suoi protagonisti entrano in collisione con la dimensione burlesca dell’abbuffata e con l’atteggiamento beffardo e ridanciano delRossi.
Nel banchetto grottesco, l’uomo sembra divorare il mondo, solleticato da un riso incontenibile, esplosivo, che traduce in esuberanza vitalistica la propria stessa presenza; eppure, quel riso è insieme beffardo e sarcastico: lungi dal confermare la consistenza del reale, ne irride e ne sovverte la pretesa di serietà.
Che cos’è, allora, l’attrito fra la solennità di un processo giudiziario e la sua collocazione entro lo spazio convulso e pantagruelico di un banchetto, se non la figurazione stessa del grottesco puro, inteso — secondo la definizione di Pinskij (1961) — come «avvicinamento di ciò che è lontano» e « relazione di ciò che si esclude a vicenda»?


