Dicotomie: Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto.

Fra le opere più celebri e controverse di Lina Wertmüller, Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto è un affresco grottesco dell'Italia degli anni Settanta, sospeso fra la commedia dell'eccesso e la tragedia della condizione umana. Presentato in versione restaurata alla Mostra del Cinema di Venezia 2024, l'opera è una riflessione sulla fragilità delle sovrastrutture sociali e sull'eterna dialettica fra potere e sottomissione, fra libertà e necessità, fra uomo e donna e, soprattutto, fra nord e sud, emblemi di un'Italia divisa non solo geograficamente, ma anche culturalmente e ideologicamente.
Al centro della vicenda ci sono due archetipi dell'Italia degli anni '70: Raffaella Pavone Lanzetti, ricca e logorroica signora milanese, incarnazione di un progresso tanto emancipato quanto superficiale, e Gennarino Carunchio, marinaio siciliano devoto al Partito Comunista, portavoce di una tradizione arcaica che si nutre di miseria e rabbia. Il loro naufragio su un'isola deserta non è solo un evento fisico, ma il simbolo di un ritorno allo stato di natura, un abbandono delle maschere sociali che lascia emergere i primordi dell'esistenza, fatti di violenza, istinto e potere. La regressione non è lineare ma grottesca e teatrale: botte, insulti e sganassoni diventano strumenti di un processo primitivo che cerca di ristabilire ruoli e gerarchie perdute.
L'isola è un microcosmo, un Eden rovesciato in cui i protagonisti si spogliano delle convenzioni sociali per riscoprire, paradossalmente, il fascino della sottomissione e il piacere brutale del dominio. Raffaella, dominatrice nel mondo civilizzato, trova nella rudezza di Gennarino una forza che la attrae e la sottomette. Eppure, questo ritorno all'origine è intriso di contraddizioni: l'emancipazione si rivela un'illusione, e il potere, conquistato dal proletario Gennarino, non tarda a riprodurre le dinamiche oppressive che egli stesso denunciava.
Il film si apre con un prologo didascalico, un'elencazione dei temi scottanti dell'epoca (dal Compromesso Storico all'emancipazione femminile, dal divorzio alla questione meridionale) per poi deflagrare in una narrazione viscerale, priva di mezzi termini, dove il grottesco si fa strumento di analisi antropologica. Il successo dell'opera non risiede tanto nella sua capacità di proporre risposte, quanto nella lucidità con cui pone domande. È possibile sfuggire alle logiche del dominio? Esiste un amore libero da gerarchie e sopraffazioni? O forse la condizione umana è irrimediabilmente intrappolata in un eterno ciclo di oppressori e oppressi, di vittime e carnefici?
La Wertmüller, da abile provocatrice, non si cura di edulcorare il suo discorso: la regressione all'età pre-civile (o forse a un'età dell'oro) è rappresentata con un gusto sfrenato per l'eccesso, e il ritorno alla civiltà non offre redenzione, ma solo un'amara riconferma della disparità sociale e culturale. E così, mentre la narrazione scivola verso un epilogo in cui i sentimenti vengono umiliati dalla crudeltà delle convenzioni, l'opera si rivela un'allegoria impietosa del rapporto fra individuo e società. La scelta stilistica della regista, volutamente rapsodica e frammentaria, riflette questa complessità, con un montaggio frenetico, primi piani ossessivi e un uso disinvolto del fuori sincrono, che conferiscono al film un'estetica irregolare e inconfondibile, tanto affascinante quanto disturbante. E forse è proprio in questa sua libertà espressiva che risiede il segreto del suo fascino immortale.


