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Esistenzialismo: Professione Reporter.

di Massimo Capuano · 26 aprile 2024 · 1 min
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«Un uomo segue il suo destino e guarda la realtà raccontata»: sono queste le parole che Michelangelo Antonioni utilizzerà per descrivere il suo quattordicesimo lungometraggio, Professione: reporter. Dall'arida Africa del Nord alla suggestiva Osuna, un giornalista americano, interpretato da un maestoso Jack Nicholson, cerca una fuga dalla monotonia della vita quotidiana e dalla società convenzionale: dopo aver trovato un suo collega, David Robertson, morto in una stanza d'albergo, il protagonista decide di assumerne l'identità e fuggire definitivamente dai dogmi sociali.

L'esplorazione del tema della sparizione e dell'assenza attraverso il viaggio interiore ed esteriore del protagonista, alla ricerca della sua vera identità, richiama sicuramente Il fu Mattia Pascal di Pirandello: attraverso una narrazione visiva suggestiva, Antonioni trasporta lo spettatore in un viaggio emotivo e filosofico, invitandolo a esplorare le profondità dell'animo umano e a confrontarsi con le domande fondamentali sulla vita e sul ruolo dell'uomo. Grazie alle influenze di Sartre e Camus, emerge il pensiero esistenzialista di Antonioni, il quale, proponendo un'ambientazione surreale e metafisica, accentua il senso di estraneità e disorientamento che permea il film.

Il celeberrimo finale, un lungo piano sequenza che sancisce la morte fisica e spirituale di David, è la degna conclusione di un'opera di tale livello: partendo dalla cupa stanza del protagonista, la macchina da presa esce dalle grate, abbandona il personaggio e accede a un nuovo punto di vista, a qualcosa a cui lo spettatore non era stato abituato, "il mondo fuori dalla finestra". La scena è il culmine della ricerca di significato e identità: la lentezza dei movimenti e la complessità enfatizzano l'idea che la vita stessa sia un viaggio senza una meta definita, e che il significato debba essere trovato nel processo stesso, non nel destino finale.

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