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La morte del comunismo italiano: Uccellacci e Uccellini.

di Massimo Capuano · 1 aprile 2025 · 2 min
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Uccellacci e uccellini è il quarto lungometraggio del regista romano Pier Paolo Pasolini, figura eclettica e controversa capace di intrecciare nelle sue opere poesia, critica e impegno politico. Girato nel 1966, il film rappresenta un esperimento narrativo, quasi dantesco, che dà vita a una rivisitazione allegorica del neorealismo italiano, proponendo una riflessione profonda sulla storia, la società e il destino delle ideologie.

Il film segue le peregrinazioni di un padre e un figlio, interpretati rispettivamente da Totò e Ninetto Davoli, attraverso una periferia romana dal sapore surreale. La loro camminata senza meta diventa un viaggio metaforico nella storia e nella condizione umana, accompagnati da un corvo parlante, figura intellettuale che rappresenta l'ideologia marxista. Pasolini costruisce un'opera profondamente simbolica, dove la leggerezza e la comicità convivono con una riflessione amara sul destino delle ideologie.

Un momento particolarmente significativo è la sequenza del funerale di Palmiro Togliatti, storico leader del Partito Comunista Italiano, morto nel 1964. Questa sequenza, apparentemente estranea alla narrazione principale, si inserisce come un brusco richiamo alla realtà storica e politica dell'epoca. L'inserimento del funerale di Togliatti non è casuale: rappresenta un punto di rottura nella storia del comunismo italiano e internazionale, un momento di passaggio e di crisi per un'ideologia che, agli occhi di Pasolini, stava perdendo la sua forza originaria. La folla immensa che partecipa alle esequie testimonia l'importanza di Togliatti per le masse popolari, ma allo stesso tempo suggerisce l'inizio di un'inevitabile trasformazione: la fine di un'epoca e il progressivo svuotamento delle istanze rivoluzionarie in un'Italia sempre più proiettata verso il boom economico e l'integrazione nella società dei consumi.

Questa sequenza si collega direttamente alla parabola raccontata nel film, e la progressiva perdita di significato delle ideologie culmina con l'inevitabile destino del corvo. Quest'ultimo, con i suoi monologhi pungenti, cerca di educare i protagonisti alla lotta di classe e alla coscienza politica, ma, nell'ultima scena, verrà mangiato dai due protagonisti. Pasolini mette così in scena il fallimento delle idee rivoluzionarie di fronte alla realtà concreta, confermando la trasformazione del sottoproletariato romano che si stava avviando a diventare piccolo-borghese.

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