Avvocati delle cause perse: L’Attimo fuggente e La parola ai giurati.
Ciò che accomuna la storia del professor John Keating (Robin Williams) al collegio maschile di Welton e la stoica difesa del dubbio da parte del giurato numero 8 (Henry Fonda) in La parola ai giurati è una lotta contro il senso comune: la difesa, dall'omologazione e dalla superficialità, di ciò che oggi appare sempre più in via d'estinzione: le virtù.
Due personaggi chiave che, grazie a un'apertura naturale della propria mentalità, rappresentano quanto di più autentico esista nella libertà di espressione e nella necessaria messa in discussione dei pregiudizi.
Viviamo in una società incoscientemente democratica, dove è difficile rinunciare ai benefici garantiti dall'affiliazione a un gruppo sociale. Molto spesso ci si ritrova a fare, dire e pensare cose di cui non si hanno plausibilmente i fondamenti. Siamo esposti a flussi continui e rapidi di informazioni. Ci ritroviamo facilmente nella condizione di non essere più in grado di distinguere le proprie idee tra migliaia e migliaia di influenze. La scelta più semplice, o apparentemente più sicura, diventa allora quella di far propria l'idea comune.
Ne L'attimo fuggente (1989), il rapporto del professor Keating con gli studenti del collegio Welton (già indottrinati secondo la morale borghese e conservatrice e iniziati alla cultura con un approccio sistematico e pedante) diventa sempre più stretto. La fiducia che si instaura non nasce dall'autorità, ma dalla passione. Keating offre agli studenti una chiave viva e dinamica per interpretare la cultura e il mondo. Tutto ciò avrà grandi conseguenze a livello istituzionale: il collegio, accortosi dei metodi non canonici di Keating, prende severi provvedimenti sui ragazzi (sempre più inclini alla poesia e alla visione fuori dagli schemi) e sul professore. Lo stato delle cose verrà ripristinato, ma la nuova apertura mentale dei ragazzi no.
La potenza del libero pensare è l'aspetto più romantico e commovente del film, e la vicenda dello studente Neil Perry (Robert Sean Leonard) dimostra quanto possa essere devastante, nel corpo e nello spirito, tarpare le ali a una volontà che ha appena imparato a riconoscersi.
L'opera è la narrazione coerente di come la cultura autentica sia diventata qualcosa di represso e temuto per la sua potenzialità, costretta a rintanarsi in rischiose "sette" come quella dei poeti estinti di cui si parla nel film (Dead Poets Society, tradotta in italiano come "setta dei poeti estinti").
Nella scena finale tutti gli studenti salgono sui banchi per salutare il loro professore, che deve abbandonare l'istituto, e lo congedano onorandolo con quell'«oh capitano, mio capitano» che lui ha insegnato loro. È quella la vera vittoria per Keating: essere arrivato nei cuori e nelle menti dei ragazzi, averli illuminati. Per quanto le istituzioni possano sempre fare la voce grossa in termini di sistemi, solo le idee possono liberarci da ogni gabbia intellettuale. L'arte è questa. Un mezzo incredibilmente potente per essere lungimiranti quando, intorno a noi, il grigiore di potenti e arroganti limita le vedute di ognuno.
A Keating, attraverso lo straordinario Robin Williams, è toccato l'arduo compito di difendere il fuoco fatuo dell'arte dall'umidità del sapere dozzinale, accademico e sterile. Al giurato n. 8, in La parola ai giurati (1957), spetta invece la difesa di un ragazzo sconosciuto e appena maggiorenne dall'approssimativa analisi dei fatti di una giuria che non ha alcuna voglia di essere lì a decidere, con la più conviviale delle leggerezze, non solo della reclusione ma anche della vita del ragazzo.
Il ragazzo, di bassa estrazione sociale, viene processato perché sospettato dell'omicidio di suo padre. Non vedremo mai nessuno dei due, né sapremo i loro nomi.
In scena ci sono soltanto i 12 "furiosi" uomini della giuria, chiusi nella stanza a loro dedicata per eseguire il loro unico compito e la loro sola funzione: decidere il destino dell'imputato.
È la battaglia del "ragionevole dubbio" sorto nel giurato n. 8 contro le convinzioni, le convenzioni e la superficialità degli altri undici. Un percorso duro e tortuoso che fa emergere l'importanza di dedicarsi all'analisi dei nostri dubbi (anche se le conseguenze che da essi dipendono non riguardano noi), difendendo come certezze le proprie perplessità dalle grinfie di chi vuole svolgere il compito al più presto, di chi si fa trasportare più dai pregiudizi che dai fatti e di chi si abbandona alla comoda opinione collettiva più che avventurarsi nella ricerca di una propria idea.
Il percorso è duro e non è una questione di persuasione, ma di diritti, doveri e uguaglianza. All'interno della giuria una logica utilitaristica emerge con chiarezza. Una prerogativa degli uomini "dell'utile" (uomini che si credono furbi e in gamba nelle dinamiche di lucro contemporanee, basate sul raggiro del prossimo, inseriti nei meccanismi della società) è quella di appigliarsi a qualsiasi dettaglio per incastrare chiunque vada contro i loro interessi. Come se tutti utilizzassero gli stessi mezzi faziosi e disonesti per difendere le proprie virtù; come se si fosse costantemente in tribunale, di fronte alla corte marziale dell'opinione pubblica, e quando si arriva al punto di vedersi sconfitti si debba colpevolizzare l'altro facendolo passare per un persuasore.
Difendere un'idea è cosa ardua e pericolosa: non tutti sanno riconoscere le virtù, e quando si tenta di accompagnare qualcuno fuori dalla caverna per fargli esperire il calore del sole è sempre difficile far ritrattare quelle "certezze" fin troppo consolidate su cui hanno adattato la loro esistenza.
I due "avvocati" di queste cause apparentemente perse condividono qualcosa di più profondo della difesa delle virtù: la fiducia nel dubbio come atto morale. Keating e il giurato n. 8 ricordano che pensare non è un diritto comodo, ma una responsabilità scomoda, e che ogni società che rinuncia al dubbio in nome dell'efficienza è destinata a perdere, prima ancora della giustizia, la propria umanità.
Giorgio Gaber affermò, saggiamente, che «la Democrazia è nemica della qualità». Nei microcosmi messi in scena da L'attimo fuggente e La parola ai giurati diventano evidenti pregi e difetti di questa modalità di governo essenziale, ma soggetta alla variabile della manipolazione delle masse. Avere con sé strumenti come libero pensiero, dubbio e cultura è l'unico modo per far sì che questa preziosa forma di organizzazione sociale possa sopravvivere ed elevarsi in termini qualitativi.


