Sciogliere il cemento armato: La grazia.

La grazia (2025), scritto e diretto da Paolo Sorrentino, è un film che segna un ritorno deliberato, e sorprendentemente sobrio (almeno per i suoi standard), al cuore politico e metafisico del suo cinema. Presentato come film d'apertura all'82ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia il 27 agosto 2025, La grazia sancisce anche la settima collaborazione tra Sorrentino e Toni Servillo, l'iconico duo campano che torna sul grande schermo quattro anni dopo È stata la mano di Dio.
Il film rimette Servillo al centro dell'universo sorrentiniano, affidandogli il volto crepato di Mariano De Santis, Presidente della Repubblica anziano, vedovo, ex giurista e profondamente cattolico, arrivato alla fine del mandato con addosso il peso delle ultime pesanti decisioni. A sei mesi dalla conclusione del suo incarico, De Santis vive il potere come una funzione più che come una consacrazione personale: il suo ruolo non lo trasforma in una star, né in una figura divistica. Al contrario, è un uomo che, per ragioni culturali e morali, non sente il bisogno di fare rumore, di attirare attenzioni o di caricare il potere di ambizioni eccentriche.
In questa cornice istituzionale, il Presidente discute e si lascia assediare da figure diverse (familiari, politici, intermediari) mentre il film stringe progressivamente il campo su ciò che conta davvero: la sua coscienza. De Santis deve decidere se concedere la grazia a due persone condannate per omicidio in circostanze potenzialmente attenuanti e, parallelamente, se promulgare una legge sull'eutanasia. La grazia diventa così un concetto bifronte: atto giuridico di clemenza dello Stato e, allo stesso tempo, orizzonte teologico fatto di dono, perdono e salvezza.
Sorrentino enfatizza questa dimensione "antidivica" anche attraverso le reazioni della gente che il Presidente incontra quando si mostra in pubblico e mediante i silenzi (quelli sorrentiniani fatti di rumore bianco) che spesso nel suo cinema elevano i personaggi a una dimensione mistica. Qui, però, diventano ancora più muti e finiscono per simboleggiare soprattutto la solitudine che accompagna una vita interamente ligia al dovere, consumata nel pieno della residenza presidenziale.
La solitudine di Mariano è innanzitutto quella della mancanza della moglie. A questa si somma quella tipica di un ruolo di potere non esecutivo e quasi morto, una solitudine che conduce alla dolorosa pratica dell'introspezione e quindi a una visione critica di sé, capace di amplificare il senso di errore e di distacco dagli altri. Mariano si sente solo anche nel rapporto con i figli, così vicini eppure così sconosciuti.
È proprio questa prospettiva familiare, rara e trattata con grande sensibilità, uno dei nuclei più interessanti di La grazia: l'incomunicabilità che nasce senza un vero e proprio evento scatenante, priva del luccichio dei conflitti violenti o degli amori viscerali estremizzati, tanto cari alla tragedia greca quanto al gusto cinematografico contemporaneo. Un'incomunicabilità talmente comune da essere spesso considerata un motore narrativo poco efficace.
Mariano De Santis è un padre presente. Ama i suoi figli e, nonostante una vita interamente dedicata al lavoro, c'è sempre stato per loro. Si accorge però di non conoscerli davvero e, allo stesso tempo, di non essersi mai fatto conoscere fino in fondo. È una constatazione tanto ovvia da essere spesso data per scontata: conosciamo davvero i nostri genitori? Loro conoscono noi?
A volte ci facciamo sopraffare dai dubbi e diventiamo troppo duri con noi stessi e con gli altri. Ci distacchiamo dalla realtà e ne costruiamo una parallela, dove le nostre convinzioni sostituiscono i veri pensieri di chi ci sta accanto e l'autocritica ci relega costantemente dalla parte del torto. Basterebbe respirare un po' di più, concedersi momenti di aria fuori da questo universo artificiale che creiamo per resistere ai ritmi e alle sfide della vita. Prendere esempio da chi non ci aspetteremmo mai: un figlio, una figlia, un padre. Lasciarsi andare, vivere più leggeri, accettare che è impossibile conoscere tutta la verità, prevedere tutto, controllare tutto. E in questo, avere la grazia di mostrarsi per ciò che si è: essere più leggeri, dire le parolacce, sciogliere il cemento armato.
A complicare ulteriormente il percorso interiore di Mariano c'è l'overthinking che lo tormenta negli ultimi mesi di mandato. La ricerca compulsiva della persona con cui, quarant'anni prima, la moglie lo aveva tradito lo porta a comportarsi in modo burbero e a vivere le vecchie amicizie in un conflitto costante tra insicurezze personali e incapacità di rispondere davvero agli altri.
Come ultime operazioni da Presidente della Repubblica, De Santis si trova così davanti a due grandi dilemmi etici: l'approvazione della legge sull'eutanasia e due controverse richieste di grazia legate strettamente a essa. Sono questioni che definiscono il contesto politico della narrazione e che proiettano un'immagine dell'Italia al tempo stesso macchinosa e progressista.
Entrambe le decisioni lo costringono a lavorare ancora più a stretto contatto con la figlia Dorotea (Anna Ferzetti), sua collaboratrice e appassionata giurista. Da questa collaborazione emergono con chiarezza le differenze generazionali e la reciproca non conoscenza. Padre e figlia iniziano lentamente a parlarsi come due persone che si stimano, non più attraverso i filtri vetusti del dialogo tra un adulto e una bambina. Spesso i genitori, per amore, cercano di proteggere i figli filtrando la realtà, omettendo errori e orrori propri e del mondo. Ma i figli non restano bambini per sempre, e le cose, in un modo o nell'altro, finiscono per comprenderle da soli. I propri genitori, così come i propri figli, possono diventare una scoperta inattesa. Questa esperienza segnerà entrambi e li avvicinerà come mai prima di allora.
Come sempre nel cinema di Sorrentino, anche La grazia è un film costruito per sottrazione dal punto di vista visivo. Una scelta che non solo garantisce un'estetica di grande raffinatezza, ma che lascia spazio allo sviluppo dei dialoghi e, soprattutto nella scena finale, dei monologhi: manifestazione del rimuginare, dei dubbi e dell'inquietudine, strutture portanti dell'uomo onesto.


