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Borghesia meretrice - Due o tre cose che so di lei.

di Massimo Capuano · 11 agosto 2025 · 1 min
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Con Due o tre cose che so di lei, il maestro francese Jean-Luc Godard firma una delle opere più radicali e spietate della sua filmografia. Realizzato nel 1967, nel pieno della fase più sperimentale del regista, il film si colloca a metà strada tra saggio filosofico e racconto cinematografico, confermando l'interesse dell'autore per la decostruzione del linguaggio filmico e la riflessione sui meccanismi della società contemporanea.

La protagonista, Juliette Jeanson (interpretata da Marina Vlady), è una casalinga parigina che si prostituisce per mantenere il proprio stile di vita borghese. Godard la filma come un'entità astratta, un simbolo della donna moderna schiacciata fra la mercificazione del corpo e la retorica della libertà borghese. Ma invece di darle voce, la rende un oggetto di studio clinico: la macchina da presa la osserva come un insetto sotto vetro, mentre la voce fuori campo del regista, volutamente svuotata di pathos, analizza e decostruisce ogni gesto, ogni parola, ogni sguardo, rompendo la linearità del racconto e introducendo un dialogo costante tra immagine e pensiero.

Il montaggio è discontinuo, la fotografia lucida e geometrica, e l'inserimento di elementi estranei contribuisce a costruire un linguaggio audiovisivo complesso e stratificato. L'obiettivo non è quello di raccontare una storia, ma di stimolare un processo critico nello spettatore.

L'idea di cinema di Godard vede la radicalità formale non fine a sé stessa, ma coerente con la visione della pellicola come strumento critico, capace di mettere in discussione non solo ciò che rappresenta, ma anche il modo in cui lo rappresenta. Un'opera complessa, ma profondamente significativa nel panorama cinematografico post Nouvelle Vague.

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