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Cercarsi: L'Avventura.

di Massimo Capuano · 28 ottobre 2025 · 2 min
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Primo capitolo della trilogia esistenziale, L'Avventura (1960) segna una svolta decisiva nel cinema moderno, inaugurando un nuovo modo di raccontare l'alienazione e il vuoto dei sentimenti. Il film si apre come un mistero: Anna scompare improvvisamente durante una gita in barca con il fidanzato Sandro e l'amica Claudia. In un primo momento sembra l'inizio di un giallo, ma Antonioni non è interessato alla ricerca della verità o alla soluzione dell'enigma. La scomparsa di Anna è solamente un pretesto per aprire una ferita profonda, ovvero il vuoto interiore dei personaggi. Non è tanto l'assenza fisica della donna a contare, quanto ciò che essa mette a nudo: l'incapacità degli altri di provare sentimenti autentici, la perdita di senso, la crisi di comunicazione e di valori che attraversa la modernità. In questo modo il "mistero" iniziale si trasforma in un'indagine esistenziale, dove ciò che manca, cioè l'assenza, diventa la vera protagonista del film.

Sandro (Gabriele Ferzetti) è un architetto disilluso, simbolo di un'intellettualità corrotta dal benessere economico e incapace di creare ancora qualcosa di autentico. Claudia (Monica Vitti), più fragile ma anche più sincera, rappresenta invece il desiderio di un sentimento reale, in un contesto in cui ogni relazione appare svuotata. Dopo la scomparsa di Anna, i due si avvicinano, quasi per caso, nel tentativo di riempire quel vuoto che la perdita ha lasciato. Ma il loro amore nasce già segnato dall'impossibilità: è un rifugio temporaneo, non una rinascita.

Il viaggio che intraprendono, tra isole brulle, paesaggi deserti e città spettrali, è un percorso fisico e interiore. Antonioni abbandona la narrazione tradizionale per lasciare spazio a silenzi, pause, inquadrature che parlano più dei dialoghi. Le rocce di Lisca Bianca, le strade vuote di Noto, gli spazi sospesi diventano protagonisti tanto quanto gli uomini, riflettendo il loro smarrimento e la loro solitudine. Il mondo esterno è un deserto speculare a quello interiore: ciò che vediamo non è più solo rappresentazione, ma stato d'animo.

Nel finale, quando Claudia scopre il tradimento di Sandro, non esplode alcun dramma, nessuna rabbia o vendetta. C'è solo una carezza, fragile e muta, in una piazza vuota all'alba. È uno dei momenti più celebri e struggenti del cinema di Antonioni: un gesto che non consola, ma accetta. L'illusione del sentimento si è spenta, resta solo la consapevolezza di un'incomunicabilità definitiva.

L'Avventura è il film che più di ogni altro ha aperto una frattura nella narrazione cinematografica del dopoguerra. Il mistero non è più "che cosa è accaduto", ma "perché nulla accade". Antonioni spoglia il racconto di ogni climax per mostrare la verità nascosta dietro la modernità: l'incapacità di provare, di comunicare, di amare. Come nei successivi La notte e L'eclisse, il regista costruisce una poetica dell'assenza, in cui il tempo si dilata e l'emozione si spegne, lasciando lo spettatore davanti a un vuoto che è insieme estetico e morale. In quella carezza finale, sospesa tra il perdono e la rassegnazione, il regista racchiude tutto il suo mondo: la fine dell'amore, ma anche l'impossibilità di smettere di cercarlo.

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