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Il perimetro dell’ipocrisia : The Square.

di Tommaso Mancuso · 9 aprile 2026 · 3 min
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The Square è il quinto lungometraggio del cineasta svedese Ruben Östlund, che si conferma come una delle voci più importanti degli ultimi decenni per la capacità di mettere a nudo, con un approccio quasi verista, il ridicolo della condizione umana contemporanea. Il protagonista è Christian, curatore di un prestigioso museo d'arte contemporanea di Stoccolma, alle prese con l'allestimento di una nuova installazione: "The Square". Si tratta di un piccolo spazio quadrato i cui confini luminosi sono tracciati a terra; al suo interno, i visitatori sono chiamati a un patto sociale di altruismo e tutela dei bisogni del prossimo.

Tuttavia, la teoria si scontra presto con la realtà. Una mattina, soccorrendo una donna in pericolo, Christian viene derubato di telefono e portafoglio. Su suggerimento di un collaboratore, scrive una lettera minatoria per reclamare i suoi averi, innescando un effetto domino che trascina la sua esistenza, elegante e rispettabile, in una vertigine di caos. È qui che emerge il paradosso: l'uomo è costretto a una scelta che debilita la sua compostezza esistenziale. Entrare in quella fantomatica arcadia di altruismo (il "the square") significherebbe accettare limiti allo "stato di natura" hobbesiano, dominato dall'egoismo. Questo concetto, che verrà poi ulteriormente esplorato nel successivo Triangle of Sadness, qui serve a enfatizzare la crisi del nostro tempo.

Östlund propone un'idea di cinema complice, che accompagna lo spettatore attraverso la ridicolezza più pura della società. In questa commedia satirica, grottesca e tragicomica, siamo portati a riflettere sulla funzione dell'arte nel suo contesto specifico. Il pretesto artistico, l'opera come monito per il miglioramento umano, viene soffocato dai classici giochi di potere e dall'opportunismo di una classe che, nella sua superficialità brutale, finisce per autodistruggersi. La dimensione grottesca culmina nella magistrale scena della cena di gala: un momento fastidioso, reiterato fino allo sfinimento per raggiungere un iperrealismo spaventoso nella sua crudezza.

In quest'ottica è possibile tracciare una correlazione tra Östlund e il grande Bong Joon-ho: entrambi trasformano dei MacGuffin narrativi in rappresentazioni profonde, nella loro semplicità, della lotta di classe. L'introduzione del furto e la successiva indagine diventano strumenti per una riflessione distruttiva sulla difficoltà di agire secondo i propri ideali in un contesto di squilibrio sostanziale. Questo percorso porterà Christian a una confessione di colpa quasi "rigurgitata" nei confronti del bambino ingiustamente accusato. Christian esprime la sua crisi attraverso la tossicità delle sue relazioni, vivendo un tormento continuo che raggiunge picchi di tensione paragonabili a quelli del capolavoro di Lee Chang-dong, Burning.

Una narrazione così singolare è indubbiamente figlia di maestri quali Buñuel o Ferreri, attenti critici della condizione esistenziale all'interno del sistema consumistico. Con quest'opera, Östlund riesce a stravolgere l'attenzione dello spettatore, costringendolo a fissare la capacità autodistruttiva di chi vive in un limbo di superficialità e rivoltante disinteresse. La capacità registica di non forzare il virtuosismo permette la completa subalternità dello spettatore alla tecnica narrativa. L'utilizzo ossessivo del campo medio permette di entrare in un contatto diretto con le peculiarità dei personaggi narrati. Il film, in conformità con i più grandi capolavori della storia del cinema, riesce a porre allo spettatore diversi interrogativi, lasciando alla dimensione ermeneutica lo spazio per conseguire eventuali risposte.

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