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Marmorizzare il dolore: Alpha.

di Tommaso Mancuso · 27 novembre 2025 · 3 min
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Con Alpha, Julia Ducournau prosegue il suo percorso autoriale nel costruire un cinema che unisce riflessione, fruibilità e coraggio formale. Nei suoi tre film sembra emergere un progetto coerente: ampliare i confini del genere per renderlo un veicolo di consapevolezza, senza rinunciare alla dimensione perturbante e talvolta orrorifica del racconto. Alpha incarna questo intento fin dai primi minuti: una ragazza di tredici anni torna da una festa con un tatuaggio a forma di grande "A" sul braccio, un gesto di leggerezza adolescenziale che assume da subito il peso del simbolo, evocando i numeri marchiati sui deportati nei lager. È da questa scintilla ambigua, sospesa tra gioco e colpa, che prende forma l'intera architettura narrativa.

"Alpha" innesca infatti nella madre il riaffiorare di un trauma irrisolto. Negli anni '80, in un'immaginaria città portuale intrisa di cultura berbera, si è diffusa una misteriosa malattia capace di trasformare gradualmente gli esseri umani in marmo. La madre, interpretata da una straordinaria Golshifteh Farahani, è ancora devastata dalla perdita del fratello Amin (Tahar Rahim). L'idea che anche la figlia possa essere infetta la conduce in un incubo di controllo, paura e ossessione, trascinando "Alpha" in un vortice emotivo dal quale sembra impossibile uscire. La sua azione distruttiva finirà per generare una realtà nuova e inquietante, forse specchio delle trasformazioni sociali del nostro presente. Il personaggio materno può essere letto come una sorta di matrigna arcaica e generatrice, una figura "iniziatica" che, come la Lilith di Neon Genesis Evangelion, guida la specie verso una metamorfosi inevitabile. L'orrore della malattia riecheggia quello dell'AIDS negli anni '80, periodo in cui il film è ambientato, e, più recentemente, le paure collettive legate al COVID-19.

Ducournau conferma la sua capacità di entrare in profonda empatia con i suoi personaggi, raggiungendo picchi di drammaticità che si intrecciano alla dimensione mostruosa, in un'estetica che potrebbe ricordare Guillermo del Toro, pur divergendo radicalmente dalle sue intenzioni poetiche. La regista costruisce un'estetica icastica e mutevole, che si modella sulle tragedie interiori dei protagonisti. L'epidemia svolge la funzione di un moderno deus ex machina, intervenendo nelle relazioni e mettendo alla prova la possibilità di una comunità capace di accogliere l'altro anche quando diventa minaccioso.

Nonostante la ricchezza dei temi rischi talvolta di soffocare l'opera, Alpha appare come il film più politicamente denso della cineasta. Se Raw e Titane sono opere nate da idee ormai assimilate dall'autrice e dal pubblico, e dunque più immediate, qui Ducournau sceglie una narrazione più complessa, biunivoca, vicina alla struttura de L'uomo in più di Paolo Sorrentino. Questo le permette di esplorare il rapporto madre-figlia in una distorsione temporale che conduce a un legame tossico e devastante, non distante dalle dinamiche de La pianista di Michael Haneke. Anche il colore assume un ruolo simbolico, soprattutto nel graduale incanutimento della realtà, possibile richiamo evidente a Lady Vendetta di Park Chan-wook, ultimo capitolo della sua trilogia sulla vendetta.

Pur nella sua ambizione a tratti debordante, Alpha rappresenta un ulteriore tassello della ricerca di Ducournau: un cinema che si interroga sulle ferite del presente e sulla possibilità di superarle attraverso nuove forme di sensibilità. Il finale, lontano da ogni retorica consolatoria, sembra affidare il futuro a uno sguardo giovane e incontaminato, riconnettendosi idealmente a quel filo che, da I quattrocento colpi di François Truffaut, consegna all'infanzia la fragile ma ostinata speranza di un mondo diverso.

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