La poetica del “penultimo”: Favolacce.

Favolacce dei fratelli D'Innocenzo si presenta come un dramma volutamente grottesco, spontaneo e morbosamente diretto. La narrazione si articola in tre storie di famiglie della piccola borghesia della periferia romana. L'ambizione dei registi si manifesta nella leggera eleganza con cui raccontano il disagio familiare che caratterizza una classe sociale divorata dal proprio contesto. Dichiaratamente figli di un immaginario più letterario che cinematografico, i D'Innocenzo si distinguono qui per la rappresentazione delle meccaniche umane nella loro essenza più nuda, mantenendosi quasi estranei a una componente sociologica identitaria, pur riconoscendone il peso fondamentale nel racconto. In questa prospettiva, i registi si pongono come osservatori della realtà, mai come giudici arroganti di essa.
L'opera dei due autori romani si colloca all'interno di una riflessione tutta italiana, sospesa tra il cinema contemplativo, poetico e filosofico di matrice pasoliniana e quello popolare e didascalico di registi come Monicelli, Scola, Risi o Caligari, fino ad arrivare al più recente Garrone, per il quale i D'Innocenzo hanno anche curato la sceneggiatura del bellissimo Dogman. Il dolore e l'insofferenza che permeano il film vengono rappresentati attraverso una costante ricerca di realismo, riconducibile all'inconfondibile stile di Michael Haneke. L'esaltazione dell'azione fuori campo, riflessa nei volti e nei silenzi dei personaggi, si fa esegesi dell'incomunicabilità, affrontata non in modo prescrittivo o simbolico, ma con una consapevolezza universale della condizione umana.
All'interno di queste villette bifamiliari, anche i problemi più banali della quotidianità si trasformano in una continua e fallimentare sconfitta; l'uomo viene presentato come una bestia animata da questa illusoria caccia alla felicità, la quale è ormai fagocitata da un capitalismo non più disprezzato, ma accettato come un parassita meritevole di rispetto. L'impegno del film si riflette nella sua estenuante ricerca della "gravitas" del "penultimo", inteso come colui che, lasciato a sé stesso, si confronta con il mondo e con la natura in una lotta silenziosa e inevitabile. La pochezza dell'essere umano lo rende passivamente succube di un sistema che ha interiorizzato persino nei luoghi in cui dovrebbe prevalere la genuina spontaneità della giovinezza.
Il surrealismo, che emerge in modo quasi teatrale come apoteosi dell'artificio cinematografico, sorprende per la semplicità con cui viene presentato e accettato dai personaggi. I D'Innocenzo si mascherano da bambini per esprimere una verità personale e soggettiva che, tuttavia, resta finzione poiché filtrata e trasformata in riduzione cinematografica. Lo sfrenato abuso di violenza verbale e fisica, che cresce progressivamente, si lega perfettamente all'adogmatismo dell'opera e richiama in parte il tragico epilogo delle sorelle Lisbon ne Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola. Le paure e le paranoie di Geremia, figlio di un pizzaiolo che tenta a fatica di mantenerlo, si esprimono come simbolo di alienazione totale di fronte alle proprie mancanze, prima fra tutte quella di un riferimento genitoriale come quello di una madre. Un altro tema centrale è quello della sessualità che, come già accadeva in La terra dell'abbastanza (esordio registico dei D'Innocenzo), si configura come sfrenato sfogo delle proprie pulsioni. Tuttavia, quando nasce da un senso di inadeguatezza esistenziale, questa apparente naturalezza diventa profondamente logorante.
In questo enorme contenitore di tensioni, lo sguardo dei registi si fa insieme osservatore e trasformatore della realtà: il loro occhio, conducendo lo spettatore verso un livello di astrazione ulteriore, diventa virtuosismo stilistico e insieme strumento di una concretezza imbarazzante, suscettibile di giudizio. È proprio in questo scarto che si compie la massima espressione del pensiero critico: mai indotto pragmaticamente, ma frutto di un'acuta riflessione. In questo senso, il film si muove in una direzione quasi antonioniana. Tutte le sensazioni che il film vuole trasmettere vengono innestate in un gioco di inquadrature atipiche, le quali aiutano a sviluppare un'atmosfera fiabesca e in continua tensione che poi esploderà completamente nella magnifica tragicità del finale.


