Il progresso che divora la natura: Dove sognano le formiche verdi.

Con Dove sognano le formiche verdi, Werner Herzog introduce nel suo cinema una riflessione lucida e penetrante sullo sviluppo del sistema capitalistico e sul suo impatto nei confronti delle realtà che gli restano esterne. Attraverso la vicenda del popolo aborigeno australiano, il regista mette in scena il conflitto tra due visioni del mondo inconciliabili: da un lato, i luoghi simbolo di una ruralità contadina quasi primitiva; dall'altro, le succursali ipertecnologiche di un'azienda petrolifera, dove gli impiegati si affannano con zelo esasperato per sfruttare un terreno considerato potenzialmente ricco e, quindi, profittevole. In questa idiosincrasia paesaggistica prende forma uno scontro (divenuto ormai un cliché della narrativa cinematografica) tra lo sfruttatore e l'abitante del terreno.
Herzog racconta, con una linearità solo apparente, una faida che da concreta e violenta si trasforma progressivamente in una battaglia ideologica: da un lato "l'uomo bianco", in continua ricerca della propria libertà e di un futuro fatto di successo, guadagno e potere; dall'altro, l'innocenza aborigena, che sotto la semplicità dei gesti e delle usanze cela una profonda armonia con gli elementi essenziali della vita umana sulla Terra. Gli aborigeni incarnano così una forma di otium simile a quella romana: un'attività contemplativa sul mondo, opposta alla frenesia dell'occidentale, ossessionato da un presunto futuro migliore.
Lance Hackett, il geologo protagonista, è inizialmente presentato come un mediatore diplomatico. Attraverso il suo percorso interiore, egli evolve insieme allo spettatore, intraprendendo una metamorfosi psicologica febbrile che lo conduce ad accettare e comprendere una realtà apparentemente ingenua, ma in realtà profondamente consapevole della propria esistenza. Il film è pervaso da un antispecismo quasi "cannibale", inquietante nella sua normalizzazione. Gli strumenti della prepotenza umana spaventano per la meschinità e l'insicurezza con cui si insinuano in un contesto tribale così coerente e saldo nella propria identità. "L'uomo bianco" si perde nel proprio idealismo etico, ricadendo in un disagio patetico e imbarazzante: sintomo della realtà consumistica. Emblematica, in tal senso, la scena dell'ascensore, che diventa simbolo del vuoto meccanico e alienante del progresso. Lo scienziato finisce per comprendere la pochezza del servilismo umano di fronte alle convenienze sociali da lui stesso imposte, provando nausea per la disumanizzazione di un popolo a causa delle sue tradizioni, della sua lingua o del suo modo di esistere.
La perfezione stilistica di Herzog introduce così un'idea di cinema che, nel mostrare la realtà per ciò che è, rappresenta la sofferenza e l'alienazione generate dalla schiavitù del potere. Questa visione influenzerà profondamente grandi autori giapponesi come Takahata, Miyazaki e, più recentemente, Hamaguchi, che in Il male non esiste affronta una tematica sorprendentemente affine. La similitudine tra il film di Hamaguchi e quello di Herzog si cristallizza nel finale: il mancato rispetto per il "sonno delle formiche verdi" segna il punto di non ritorno per la vita comunitaria. L'unica forma di speranza, intesa come apertura a una vita più giusta e condivisa, si manifesta nella spensieratezza alcolica della migrazione verso un nuovo luogo, sconosciuto ma simbolico, dove forse è ancora possibile ricominciare.


