Il samurai e l'antieroe: Takeshi Kitano.

Poliedrico, prolifico e incorruttibile, Takeshi Kitano è universalmente riconosciuto come una delle figure culturali più imponenti e coerenti del Giappone moderno, rivestendo un ruolo da protagonista nel cinema e nella televisione. Poiché esaurire la personalità artistica di Kitano in così poche righe rappresenterebbe un lavoro sisifeo e impossibile, mi limiterò a descriverne gli aspetti fondamentali, cercando di delineare un elogio capace di invitare i lettori a entrare nel mondo di uno dei più grandi geni del nostro tempo.
L'antieroe - lo stile
«Se un ispettore di polizia lo vedesse [un film di Kitano], direbbe: “Non ci sono dubbi, Kitano, ci sei tu dietro questa faccenda, le tue impronte sono dappertutto!”»
La squisita e fortunata opera cinematografica di Takeshi Kitano si può schematizzare secondo due forze: una creatrice austera e una disgregatrice e autoironica. Ogni lavoro vive questa contrapposizione bipolare di un artista che ha come modus operandi principale quello di adottare un genere - principalmente lo Yakuza Eiga, il Gendai-geki e il Jidai-geki - portarlo alla propria massima espressione, per poi disintegrarlo impietosamente. Alla base di questa poetica apparentemente bizzarra si trova il cuore più sopraffino e sincero della sua arte, ovvero un'insaziabile voglia di sperimentare e conoscere i limiti del proprio cinema e della propria personalità.
Nonostante il suo rigore, Kitano decide di costruire un palcoscenico dove non esistono limitazioni e l'artista può arbitrariamente decidere se umiliarsi o essere un piccolo demiurgo, se farsi deridere o farsi prendere sul serio. Fondamentalmente, per l'autore nipponico, l'artista è sempre un irriducibile comico che sfrutta un pirandelliano "sentimento del contrario" per articolare una critica ermeneutica alla propria arte e una critica corrosiva e spietata alla società. L'autore che, grazie anche a Senzaburō Fukami, ha fatto esperienza del manzai nel quartiere di Asakusa, conosce l'importanza di saper essere anche clown, altra maschera che coltiverà in televisione sotto il nome di Beat Takeshi. La creazione di quel cerchio magico che gli antichi greci chiamavano orchéstra (ὀρχήστρα) permette all'opera di essere strutturalmente anarchica e autosufficiente. Tutto ciò è evidenziato dall'uso di una maschera di imperturbabilità, resa tristemente ancora più caratteristica dall'incidente del 1994 che ha paralizzato metà volto del regista.
Il samurai - la poetica
«Se gli studenti mi chiedessero: “Che cos'è un grande film?”, li rispedirei immediatamente a vedere Kagemusha, I sette samurai o Rashomon.»
Shōhei Imamura diceva: «Io sono un contadino; Nagisa Ōshima è un samurai». Kitano, prendendo a modello l'immenso Akira Kurosawa, potrebbe benissimo essere entrambi, un galantuomo di altri tempi, una perfetta sintesi della millenaria cultura giapponese, catapultato però nella civilità postmoderna. Kitano riporta in auge, sebbene non in chiave reazionaria, lo spirito dei samurai, vale a dire un elaborato sistema di valori fondato sul titanismo, sul sentimento del tempo e sulla percezione della morte, tanto che un altro grande tema è rappresentato dal suicidio (seppuku). Questa tensione nei confronti della precarietà della vita viene tuttavia stemperata da una dolcezza che riaffiora spesso nelle sue opere e diviene protagonista nei capolavori Il silenzio sul mare (Ano natsu, ichiban shizuka na umi, 1991) e L'estate di Kikujiro (Kikujirō no natsu, 1999).
In altre parole, per quanto Kitano si ponga con atteggiamento severo nei confronti del mondo, rimane nondimeno un irriducibile amante della vita che ha compreso che l'unico modo di affrontarla è mediante l'esorcizzazione della violenza e dell'amore. L'occhio è sempre quello del disincanto e dell'amarezza stoica ma è anche lo sguardo di un guerriero che non si arrende nella propria strenua lotta per la vita. Potrebbe sembrare a questo punto che l'autore colga in astratto questi temi quando in realtà egli ha ben chiare le coordinate entro cui si muovono i propri personaggi. Kitano è ed è sempre stato un profondo critico della società neoliberista, consapevole che il proprio paese, essendo colonizzato dagli Stati Uniti, non potrà mai raggiungere nell'immediato futuro l'emancipazione culturale. Non è peraltro un caso che Nagisa Ōshima abbia scelto proprio Kitano come interprete del sergente Gengo Hara nel suo celebre capolavoro Furyo (Merry Christmas, Mr. Lawrence, 1983).
Il linguaggio
«Il cinema ha le proprie regole fondamentali [...] invece di rispettarle, ogni regista dovrebbe adattare quelle regole a una maniera personale di girare, il che generalmente significa modificarle o infrangerle del tutto.»
Takeshi Kitano è passato alla storia anche in virtù del significativo contributo dato al linguaggio cinematografico. Oltre alle naturali influenze di registi come Kinji Fukasaku e Akira Kurosawa, Kitano è tuttavia indubbiamente riuscito a ritagliarsi uno spazio autonomo all'interno del panorama cinematografico nipponico. In un periodo in cui gran parte dell'industria filmica asiatica migrava verso il cinema d'azione, adottando movimenti di macchina virtuosissimi e complessi - spesso a scapito dell'armonia dell'immagine - Kitano sembrerebbe aver sfruttato la lezione di Carmelo Bene, il quale era solito affermare provocatoriamente che nei film d'azione non si "muove un bel niente". Nei suoi neo-noir è certamente comune trovare sprazzi di ultraviolenza ma sempre entro una maniacale ricerca dell'equilibrio estetico.
Il cinema è così inteso nella sua forma primigenia, ossia come un mero susseguirsi di immagini: ne consegue necessariamente che un film perfetto è una successione di immagini perfette. L'inquadratura fissa, mutuata dai lavori di Yasujirō Ozu, acquista due significati imprescindibili: uno filosofico e uno politico. Con il primo si può affermare come, tramite l'attesa, divenga possibile una sostanziale ricerca del tempo, dell'attimo e di quel concetto che nel Buddismo Zen è chiamato Mu. Con il secondo, invece, diviene possibile ribadire la polemica nei confronti delle rapsodiche e industriali regie statunitensi.


