Hogstalle.
/
torna all'indice

Resilienza? No, tenacia: O Último Azul.

di Francesco Merola · 22 giugno 2026 · 4 min
Ascolta il pezzo
0:00
0:00

O Último Azul di Gabriel Mascaro è un film divisorio che ha vinto l’Orso d’argento (ovvero il Gran premio della giuria) durante la 75esima edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino ma che al contempo può non arrivare completamente allo spettatore, cosa che per fortuna non è successa a Piazza de’ Pitti a Firenze alla proiezione nell’ambito della rassegna “Apriti Cinema”. Per affrontare i temi principali del film di Mascaro torna utile partire dal grande successo che ha riscosso tra il pubblico fiorentino. Avrà capito le non-tanto-velate critiche socio-politiche della pellicola? O si è limitato ad una visione più superficiale gioendo per l’happy end? La protagonista del film è Tereza, una stacanovista operaia di un’industria brasiliana che commercia carne di alligatori e che vive quella che sui social verrebbe definita con l’espressione naive “vita lenta”: di ritorno dal lavoro Tereza fa la spesa al mercato, saluta qualche conoscente, arriva a casa e “vive lentamente” i suoi spazi e il resto che le rimane fino al turno di lavoro del giorno dopo. Ma per diversi fattori lo stereotipo qui non regge. Tereza non vive a Copacabana né in una realtà che, quantomeno, si presta alla narrazione distopica del meridione italiano che invade i social e il marketing. La vita di Tereza è quella vera, quella di un paese che, per le sue fattezze, noi europei colonizzatori assimileremmo a un villaggio. Tereza si sporca le mani con i problemi quotidiani di una solitaria donna di 77 anni che ha trascorso tutta la sua vita a risparmiare, vivendo dell’essenziale, per poter compiere (un giorno) il tanto agognato viaggio in aereo per la pensione. A questo punto viene da chiedersi perché la donna sia ancora costretta a lavorare alla sua età. Le condizioni di sussistenza a cui sono spinti gli abitanti delle regioni periferiche del Brasile, in particolare l'interno profondo e l'Amazzonia di Tereza, sono estreme, obbligando a lavorare una vita intera per potersi permettere qualcosa che non sia un bene di prima necessità. 

Mascaro sposta però la vicenda in una realtà distopica - alla Black Mirror per intendersi - in cui il governo brasiliano ha avviato il programma di tutela degli anziani O futuro é para todos che interessa tutti coloro abbiano raggiunto gli 80 anni, mandandoli in una colonia appositamente creata dove trascorrere gli ultimi anni della loro vita. All’inizio del film Tereza scopre che da lì a pochi giorni sarebbe stata mandata anche lei in colonia per via di una modifica al programma nazionale, ora comprendente tutti gli individui dai 75 anni in su. Ecco che ricompare la figlia di Tereza (con cui non aveva più rapporti) che compila i moduli per la madre e incassa i soldi che lo Stato le offre per “comprarsi” Tereza. Gli anziani che rientrano nel programma sono per il Governo inutili allo sviluppo del Paese, quindi intesi come incapaci di intendere e di volere e necessitanti di un care giver che fino al trasloco in colonia garantisca per loro e si assicuri che il soggetto raggiunga la destinazione. Tereza però è l’unica donna della sua età a non voler partire, lei ha messo da parte i suoi risparmi per prendere il primo aereo e decide di opporsi all’ordine costituito, sentendosi ancora utile e preferendo, quindi, la fuga. 

Non sarà facile per Tereza scontrarsi con ciò e con chi si nasconde nella foresta pluviale dell’Amazzonia ma la sua forza è la determinazione che la porterà a scoprire prima il mondo e poi se stessa. Il filo rosso delle disavventure di Tereza è una lumaca che, per la particolare bava blu (da qui il titolo del film Il sentiero azzurro), la tradizione brasiliana copre di misticismo fanatico (e profetico, quasi religioso): l’animale può rivelare il futuro a chi lo desidera, dando la possibilità di vedere concretamente il proprio destino versando un po’ di gocce della sua bava negli occhi. La regia non rende mai lo spettatore complice di ciò che la bava rivela ai personaggi, obbligandolo a riflettere su come questi si comportano di conseguenza. 


Cosa insegna la storia di Tereza e il suo finale? La mia interpretazione si articola su un duplice piano, uno politico e uno più esistenziale. Nel primo caso si inserisce una riflessione sulla mercificazione capitalistica del lavoratore: finché il corpo è in grado di operare al massimo della propria efficienza ha il diritto, per lo Stato, di esistere nella cosa pubblica, e quando perde di produttività diventa, invece, uno scarto di cui liberarsi (e non è un caso che la stessa Tereza lavori in un macello di alligatori). Dal punto di vista esistenziale Mascaro si offre interprete dei desideri di un’età che non è oggetto delle narrazioni mediatiche e che, ritenuta parte del passato che ci appartiene ma di un futuro che non li riguarda, non ha spesso i mezzi o gli strumenti per potersi auto-determinare né tantomeno aprirsi a desideri sopiti. La storia di Tereza si risolve su entrambi i piani: il finale vede la vittoria politica e personale della donna nella riappropriazione del diritto di scegliere come abitare il mondo e il proprio corpo. 

Verdetto in tre righe
Tereza non è semplicemente resiliente, è tenace. Perché se la resilienza ti impedisce di farti spezzare dalla vita lasciandoti in piedi, è solo la tenacia che ti permette di modellarla, spingendoti a compiere il passo successivo.

Leggi anche.

Unisciti alla redazione

Vuoi scrivere con noi?

Candidati