Il tramonto di una civiltà: Valhalla Rising.

Quarta collaborazione tra Nicolas Winding Refn e Mads Mikkelsen (dopo Pusher, 1996, Bleeder, 1999, e Pusher II: With Blood on My Hands, 2004), Valhalla Rising (2009) si ascrive al genere epico, radicalizzando, in un contesto arcaico, la consueta crudezza dei film precedenti. Si seguono le vicende di un guerriero scandinavo muto dell'XI secolo, contraddistinto da una forza fisica straordinaria e da doti di chiaroveggenza. Questi, schiavo e costretto a lottare barbaramente legato al collo con una fune, riesce a liberarsi per poi trucidare i suoi aguzzini, risparmiando però il giovane ragazzo che gli portava acqua e cibo. Quest'ultimo denomina il guerriero "One-Eye", a causa del suo occhio cieco, caratteristica che lo avvicina, insieme alla furia distruttrice, al dio norreno Odino. I due viaggiano fino a trovare un gruppo di cristiani e con essi tentano di dirigersi in Terra Santa, sbarcando però, dopo un itinerario estenuante, su un'isola sconosciuta.
Refn fotografa questa semplice ma efficace leggenda con uno stile tutt'altro che nevrastenico: l'assoluta compostezza della messa in scena, interrotta solo dalle immagini perturbanti rosso sanguigno delle visioni di One-Eye, mette in risalto una brutalità primigenia e irreale. Refn taglia con una fotografia magnifica gli spazi immensi della Scandinavia e dell'isola dell'approdo, mentre una scenografia tutt'altro che fastosa (complice un budget molto limitato) evidenzia la severità e la gravosità delle sequenze. La natura del film è contraddistinta dall'asprezza e dalla ferocia, e solo questa peculiare regia, così impassibile da essere quasi "anestetizzata", è capace di darle forza e credibilità. Ciononostante l'aspetto estetico-formale dell'opera è ben lontano da qualsiasi forma di estetismo e cinismo superflui, risultando invece imprescindibile per realizzare riuscitissimi ritratti psicologici e audaci simbolismi.
Il "moto" che compie la pellicola, dal punto di vista strettamente contenutistico, può essere definito come centrifugo, nel senso che descrive prima il percorso metafisico e spirituale del protagonista, spostandosi progressivamente verso una vera e propria lotta tra culture. Se infatti l'épos tratta in primis la redenzione e l'espiazione attraverso un martirio silenzioso, ciò che risulta alla fine è lo scontro dialettico tra la cultura norrena, quella cristiana e infine quella degli indigeni dell'isola. Questa lotta, la quale vede prevalere inizialmente il mondo cristiano su quello scandinavo, vedrà tuttavia come vincitrice la civiltà dell'isola, simbolo politico di resistenza all'imperialismo e simbolo umanitario-religioso di contrasto alla hybris. Riguardo a questo, Refn si dimostra evidentemente debitore dell'odissea di Werner Herzog Aguirre, der Zorn Gottes (1972). Le due opere mostrano talmente tanti punti di tangenza che si può considerare il film del regista danese come vero e proprio figlio spirituale del capolavoro del maestro, filtrato chiaramente dal genere epico.


