La banalità del bene: Miracolo a Le Havre.

In un quartiere dimesso della città portuale di Le Havre, Marcel Marx, da ex bohémien, conduce una vita placida e umile, lavorando come lustrascarpe. Il tacito equilibrio iniziale viene spezzato, però, da due cataclismi: la grave malattia che affligge improvvisamente la moglie Arletty e il ritrovamento di Idrissa, un giovane ragazzo africano ricercato dalla polizia in quanto immigrato clandestino. Aki Kaurismäki, qui anche scrittore e produttore, orchestra una storia impossibile da catalogare, equidistante tanto dalla tragedia quanto dalla commedia, una peculiare fabula influenzata dal neorealismo italiano e dal realismo magico francese.
Il minimalismo di Kaurismäki non è, infatti, altro che un involucro superficiale celante una profonda ricerca etico-estetica all'insegna dell'empatia: la fiaba si eleva così a trattato morale sul dovere e sulla scoperta dell'Io. L'eleganza della messa in scena fa risaltare i gesti dei personaggi, riprendendo in chiave politica la lezione formale bressoniana, strutturando persino i dialoghi secondo una ramificazione di massime e fulmen in clausula. L'occhio del regista lavora così mediante una pars destruens, la poetica ascetica della sottrazione, e una pars construens, che analizza la società moderna attraverso una lente etico-fiabesca.
L'intero kosmos di Le Havre è manifestamente frammentato: il microcosmo del quartiere è infatti isolato dal resto della città, alienante e non a caso realmente celebre per la propria architettura urbanistica. Il quartiere è colto nel suo essere intimo e familiare, complice anche l'impiego di colori caldi e dolci movimenti di macchina. Il porto, d'altra parte, è congelato in una rappresentazione estraniante alla Hopper o alla De Chirico, nonostante mantenga l'ambigua duplice significazione di accoglienza e intolleranza. Si ha quindi la costante impressione di un mondo urbano minaccioso e austero, che solo la sobria volontà di pochi può rovesciare e umanizzare.
Lentamente, perciò, affiora la visione morale del regista, in cui il bene acquista un'evanescente sostanzialità ontologica, celandosi nell'ombra dei tuguri e degli ambienti popolari. La malignità, invece, si esprime negli spazi aperti, nell'ignoranza e nella tracotanza, esplicitandosi nell'animalesca e carnascialesca mobilitazione della polizia. Pertanto, a Le Havre, la lotta di classe si attua come rivoluzione silenziosa e dotta, capace di convertire le perversioni della società capitalistica e urbana mercé la profetizzazione di una morale dell'empatia. Grazie a uomini di straordinaria ma sobrissima pietà, il bene diventa banale e praticabile da chiunque, trasformando il commissario di polizia Monet nel simbolo assoluto di questo processo, laddove anche il potere si genuflette allo splendore della compassione.
È, a questo proposito, essenziale chiarire come Kaurismäki non legittimi né il concetto di karma né l'idea di una provvidenza divina, bensì la manifestazione della sublimazione del bene, che trascende in un vero e proprio miracolo laico. Nel capolavoro di Aki Kaurismäki non vi sono né grida né lagnanze, ma solo la commovente lotta degli ultimi, possibile per mezzo di un esercizio etico che permette la crescita e la piena realizzazione dell'Io.


