Lo splendore dei tecnocrati: Metropolis.

Capolavoro del cinema d'animazione nipponico, Metropolis si basa sull'omonimo manga del 1949 di Osamu Tezuka e vede protagonista la straordinaria collaborazione di Rintarō alla regia e Katsuhiro Ōtomo alla sceneggiatura. In un futuro imprecisato, nella monumentale città di Metropolis, si assiste alle vicende dell'investigatore privato giapponese Shunsaku Ban e del nipote Kenichi, entrambi sulle tracce del folle dottor Laughton, accusato di traffico di organi. La città è governata formalmente dal sindaco Boone, ma di fatto dal potente e bieco Duca Red, intento a costruire una mastodontica ed enigmatica Ziggurat.
Per comprendere pienamente la complessità dell'opera bisogna in primo luogo considerarne le influenze: oltre a evocare l'immortale pellicola del 1927 di Fritz Lang, si può infatti marcare la presenza di un forte gusto postmoderno, attraverso film come Blade Runner (1982), Videodrome (1983), Ghost in the Shell (1995), Akira (1988), ma anche di un influsso neonoir alla Chinatown (1974). Nonostante gli intelligenti ed equilibrati omaggi e citazioni, sarebbe assolutamente inadeguato, se non addirittura insolente, ridurre l'intero operato artistico a una mera azione di sintesi. Rintarō e Ōtomo, infatti, formulano un film secondo una precisa sensibilità autoriale e un'attenta cura estetica, spesso incline alla sperimentazione e all'estro più audace.
L'intera storia può essere letta secondo due vettori tematici: il potere e l'amore. È chiara, infatti, fin dalle prime inquadrature, una volontà di raffigurare il potere in tutta la sua turpe grandiosità. La Ziggurat, emblema di un potere faraonico e pseudoreligioso, si erge sulla misera condizione dei piani sociali inferiori: i robot, privati dei propri diritti e vituperati da chiunque, e i proletari, sottratti al diritto stesso del lavoro. Il potere si iscrive quindi nell'alveo di una struttura tecnocratica, che ne permette la pervasività e inoltre una perversa forma di fastosità. Il messaggio finale riguardo a questo è limpidissimo: il dominio feroce di chi possiede la techné non trova ostacoli nella flebile voce dei rivoluzionari, ma solo nella tracotanza stessa dei governanti. La microfisica del potere, esplicitata nelle violenze del cosiddetto partito fascista "Marduk", si sgretola dinnanzi al crollo della Torre di Babele (citata a più riprese nei dialoghi stessi), non per grazia divina ma causata dalla furia delle macchine.
Per quanto concerne il ruolo del sentimento, invece, si assiste alla relazione impossibile che lega Kenichi a Tima e alla naturale riflessione "dickiana" che ne consegue: cosa significa essere macchine, essere dei o essere umani? In un orizzonte post-umano e techno-esistenzialista solo il senso di "simpatia" e pietà può permettere l'instaurazione di relazioni veraci, vincolando così lo spettatore a compiere una riflessione morale che consideri trascurabile la condizione esistenziale e sociale dei vari personaggi. Tutto ciò può essere raccordato infine al significato, nonché insegnamento, più profondo dell'opera, ovvero la formulazione di un nuovo modo di ragionare secondo un metodo radicalmente anticlassista, che sia al di là delle prevaricazioni e che qualifichi ogni forma di potere come drasticamente esecrabile. Dalle ceneri dell'autoannichilita civiltà dell'hybris nasce finalmente una nuova "social catena" di uomini e robot.


