Dello stupore e dell’umano: La rosa purpurea del Cairo.

Con La Rosa purpurea del Cairo, Woody Allen ci dona un altro meraviglioso esempio di rottura della quarta parete, quasi un marchio di fabbrica del regista newyorkese, sempre geniale e brillante nell’incastonare pietre preziose di tipo meta-cinematografico, nel già ricco diadema delle sue opere fatte di spirito e riferimenti culturali autentici.
Il film ci catapulta nella vita di Cecilia (Mia Farrow), una donna infelicemente sposata, che sembra destinata, come tante e come tanti, a proseguire la sua vita nella direzione dell’insensatezza e dell’agonia di una vita priva di scelte prese per il proprio bene. Non è la solita malinconia di Melpomene, quella onnipresente in Woody e nei suoi personaggi, è anzi la storia di come il bovarismo di Cecilia – che cerca altre vite nelle storie perfette del cinema – riesca a portarla lontano da quel clima nocivo e dannoso dell’America della grande Depressione. Il cinema sembra riuscire, in qualche modo, a salvarla e a farla sentire parte di un qualcosa che, anche se profondamente indefinito, è abbastanza per allontanarla dall’ingiustizia della realtà e a illuderla che tutto possa cambiare.
Dopo che Cecilia ha assistito più e più volte alla proiezione della pellicola La rosa purpurea del Cairo, infatti, l’esploratore Tom Baxter (Jeff Daniels), personaggio indispensabile ma non protagonista del film nel film, esce dallo schermo, scende in sala e si dichiara colpito dalla presenza costante della donna alle ultime 3 o 4 proiezioni. Se ne innamora e scappa con lei dal cinema, provocando lo sconcerto di spettatori, personaggi e addetti ai lavori, tutti con i loro motivi per essere sconvolti e, in un certo senso, delusi. Il tema del pubblico è, quest’estate più che mai, un nervo scoperto nel discorso cinematografico attuale. Cosa può ancora stupire il pubblico?
Prendiamo ad esempio Steven Spielberg, quello che Andrea Vailati definisce il “regista della meraviglia”: quando nel 1993 Spielberg mostrò al grande pubblico la possibilità di vedere concretamente dei dinosauri con Jurassic Park o, ancora prima, gli alieni con E.T. l’extraterrestre, riuscì, all’epoca, a suscitare effettivamente dei sentimenti di stupore e far avvicinare tutta una generazione (e più) di bambini, ragazzi (e anche di adulti), al mondo della meraviglia. Oggi questa cosa è sempre più rara. La sfera sensoriale della meraviglia è pressoché nulla. Vedere dinosauri, alieni, squali, o qualsivoglia creatura o fatto reale o fantastico è da dare meramente per scontato. Gli effetti speciali hanno intriso la nostra realtà in ogni suo punto e fatichiamo sempre di più a trovare qualcosa che vorremmo tanto vedere o che proprio non ci aspettavamo.
E arriviamo ad oggi, nel periodo di uno dei summer blockbaster più attesi di sempre, adattamento cinematografico di una delle opere che fondano la cultura della civiltà attuale: The Odyssey (2026) di Christopher Nolan. In relazione a questo film, e al modus operandi che ha sempre contraddistinto il regista, volto a limitare l’utilizzo di strumenti digitali, creando fisicamente molti degli effetti speciali – di cui i suoi film necessitano spesso e volentieri – mi sono reso conto che questa tendenza, che spesso viene anche descritta come ossessiva, superflua e quasi sbeffeggiata per la non necessità dei metodi in virtù dell’onnipotenza del digitale, è forse l’ultima cosa che può ancora stupire le masse. La creazione reale, il lavoro, la sconvenienza del fisico e l’utilizzo del digitale solo come supporto e non come strumento primario, ci lasciano la speranza che la proliferazione di questo metodo possa riportare al cinema la gente con la possibilità di stupirla e che questa esca dalla sala con la sensazione di aver visto cose che altrimenti non avrebbe mai potuto vedere, e lasciare quella sensazione, che appartiene solo allo stupore, che l’impossibile si possa un giorno verificare.
Woody Allen, dal lontano 1985 ci ha mostrato, in soli ottantadue minuti, come il pubblico sia sempre più incline all’insoddisfazione, capace di non meravigliarsi, e anzi a richiedere il rimborso del biglietto per un film che è letteralmente riuscito a parlare con lui, e che ha “deluso” la loro fame-di-trama; e di come l’industria cinematografica sia l’artefice di questa crisi. Già dal 1985, Allen ci aveva preannunciato che l’interesse del pubblico e le capacità dei registi si sarebbe spostata sempre più dall’umano e reale all’artificio dello sfondo, dei suoi limiti e del “comfort” del già-visto.


