Hogstalle.
/
torna all'indice

L'anarchia e il solipsismo: San Michele aveva un gallo.

di Flavio Capuano · 26 dicembre 2025 · 2 min
Ascolta il pezzo
0:00
0:00

Tratto liberamente dal racconto di Lev Tolstoj "Il divino e l'umano" (1906), San Michele aveva un gallo rappresenta una delle massime vette del cinema dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani. L'intera vicenda ruota attorno alla figura di Giulio Manieri, un anarchico insurrezionalista malinconico e disorientato, interpretato magistralmente da un eccezionale Giulio Brogi. Nel 1870, insieme al collettivo "Pisacane", egli tenta un colpo di mano nel paese umbro di Città della Pieve: qui fallisce e viene arrestato. Inizialmente condannato a morte, riceve la grazia del re e la sua pena è commutata nel carcere a vita. Ora in isolamento come prigioniero politico, scende lentamente nella follia, finché, dopo una decina di anni, non sarà trasferito in un'altra struttura: proprio durante questo viaggio in Veneto incontra un gruppo di comunisti.

I fratelli Taviani trasportano un secolo prima un dibattito particolarmente in voga negli ambienti socialisti europei, ovvero come intendere e come condurre la lotta armata. La diatriba concerne soprattutto la differenza sostanziale tra il pensiero anarchico e quello marxista: secondo il primo, infatti, la rivoluzione deve avvenire volontariamente e orizzontalmente, ponendo alla base un umanesimo fraterno e sincero; per il secondo, invece, la rivoluzione è una figura storica necessaria, fondata sull'economicismo e guidata da un gruppo ristretto. Il personaggio di Giulio Manieri si inserisce in questo quadro come un utopista, disdegnato da una nuova generazione di compagni che hanno dimenticato la solidarietà, sostituendo a questa un elitismo pigro e altezzoso. Avviene così un passaggio cruciale nella storia dell'anarchismo: molti si affrancano da una visione collettivista e comunitaria, sposando invece l'individualismo e il nichilismo. È così quindi che il disincanto e l'alienazione provati in cella confluiscono nel parossismo finale, che porta necessariamente all'insania e al suicidio.

I fratelli Taviani registrano questo cambiamento epocale degli ideali socialisti con uno stile impossibile da emulare, basato su un sincretismo ineccepibile di realismo e onirismo. Così come in altri capolavori successivi del calibro de La notte di San Lorenzo (1982) o de Il sole anche di notte (1990), si nota come i due registi non cerchino una panoramica degli eventi, bensì preferiscano volgere la macchina da presa verso le microrealtà e i piccoli gesti dei protagonisti. Procedono quindi secondo un metodo induttivo, che fotografa il particolare e si pone in reazione a qualsiasi tipo di arroganza artistica. Da un punto prettamente formale, ogni comparto tecnico risulta veramente straordinario e, oltre alla consueta meraviglia estetica visiva, si nota anche un'attenzione rara al suono e alle musiche. Paolo e Vittorio Taviani si dimostrano, anche con questa opera, dei maestri del cinema, tramite una formula artistica inconfondibile e sublime.

Leggi anche.

Unisciti alla redazione

Vuoi scrivere con noi?

Candidati