Liturgia oscura: The House of the Devil.

Talentuosissimo regista del cinema horror nonché grande appassionato del genere, Ti West dirige uno dei suoi migliori lavori, un film magistrale a basso budget (circa 900.000 dollari) che sembra veramente appartenere a un'altra generazione. Dopo la tipica intestazione dei titoli di testa, dove viene presentata la storia come ispirata a fatti reali, si assiste a una vicenda classicissima, ambientata negli anni '80, che vede protagonista una splendida Jocelin Donahue nei panni di Samantha, una giovane studentessa in cerca di un lavoro. Trova un annuncio vicino all'università che cerca una babysitter, telefona e, dopo che il signore che le ha risposto non si presenta una prima volta, i due riescono finalmente a mettersi in contatto. Una volta arrivata alla villa di questo misterioso uomo, tanto elegante quanto sinistro, le sarà chiesto di badare non al suo bambino bensì alla propria madre, e solo per una notte.
Nonostante una storia non particolarmente originale, Ti West riesce lo stesso a dirigere un film veramente agghiacciante, caratterizzato da un gusto macabro talmente intenso da oltrepassare lo schermo e turbare con irruenza lo spettatore, instillandogli un fastidio tangibile, di fetida ripugnanza. Questo risultato così mirabile è dato da un rifiuto radicale dell'effetto facile, del jumpscare. Viene invece ricercato un sentimento di apprensione viscerale, il quale si dilata esponenzialmente, fino all'esplosione finale. In The House of the Devil l'equilibrio tra lo sviluppo e il finale è assicurato proprio da una scrittura acutissima, in grado di alimentare la tensione in maniera cumulativa, nonostante l'elemento gore si concentri quasi esclusivamente negli ultimi frangenti del film. Di questa specifica concezione della suspense risulta particolarmente eloquente il celebre esempio della "bomba sotto il tavolo" citato da Alfred Hitchcock nell'intervista a François Truffaut. In estrema sintesi: se due personaggi parlano e all'improvviso scoppia una bomba sotto al tavolo si avranno 15 secondi di sorpresa, mentre se lo spettatore ne fosse consapevole e i personaggi no, si avrebbero 15 minuti di tensione.
Come tutti i grandi autori, Ti West studia i modelli a lui precedenti e li reinterpreta con straordinaria lucidità. Come al solito le influenze sono pressoché infinite; se ne menzionano rapidamente le più importanti: Rosemary's Baby (1968) e L'inquilino del terzo piano (1976) di Roman Polański (quest'ultimo soprattutto per il finale), Non aprite quella porta (1974) di Tobe Hooper, Halloween (1978) di John Carpenter e la trilogia della morte di Lucio Fulci. L'elemento veramente interessante, però, riguarda l'affrancamento del regista statunitense da un certo cinema postmoderno e citazionista: egli vuole infatti realizzare una pellicola che non si limiti a essere un semplice omaggio a una determinata tradizione cinematografica, ma che si possa propriamente inscrivere in essa. Si dice spesso di come questo autore sembri effettivamente girare negli anni '80 e non nei 2000, inseguendo un'estetica cruda, una grana non finissima nonché uno spettro cromatico quasi terroso.
Questo peculiare modus operandi non sembrerebbe essere tuttavia appannaggio del solo Ti West, in quanto si può allargare il discorso anche a diversi autori contemporanei. Primo fra tutti Rob Zombie, del quale si possono rintracciare notevoli analogie tra questo film e il suo Le streghe di Salem (2012). Nella stessa corrente si possono considerare anche i più popolari Ari Aster e Robert Eggers o persino il più di nicchia Paolo Strippoli. In conclusione si può certamente considerare questo The House of the Devil come un tassello imprescindibile del cinema horror contemporaneo nonché uno dei pochissimi in grado di spaventare, grazie a un uso brillante del linguaggio filmico.


