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Testimoniare l'orrore: Diary of the Dead.

di Flavio Capuano · 26 gennaio 2026 · 3 min
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Quinta opera dedicata alla figura dello zombie e secondo capitolo di un'ideale trilogia successiva (iniziata con Land of the Dead, 2005, e terminata con Survival of the Dead, 2009), Diary of the Dead (2007) è l'ennesimo capolavoro frutto del geniale maestro George A. Romero. Come di consueto, lo zombie altro non è che una figura pretestuosa, usata per tratteggiare un quadro antropologico e metacinematografico di straordinaria acutezza. Il genere entro cui prendono vita le vicende è una particolare commistione tra lo zombie movie e il mockumentary: tale scelta è giustificata in quanto, fin dall'inizio, è spiegato come una delle protagoniste abbia montato e musicato i filmati a cui lo spettatore assiste.

Jason Creed è uno studente di cinema che, insieme agli amici Tony, Tracy, Eliot, Ridley, Gordo, Paduma e al professor Maxwell, vuole dirigere un horror indipendente. Grazie alla radio e alla televisione essi vengono a conoscenza di gravi e inspiegabili disordini scoppiati negli USA. I ragazzi si separano: Ridley e Francine si recano a casa di lui, mentre gli altri tornano al dormitorio da Debra Moynihan, la fidanzata di Jason. Presto si scopre la sconvolgente verità: i morti ritornano in vita.

Il film si costruisce mediante un susseguirsi di immagini disomogenee, che sfruttano linguaggi diversi e nelle quali prevale l'instancabile curiosità sperimentativa di Romero: nonostante la maggior parte di ciò che si vede sia girato fittiziamente da Jason, vi sono scene riprese da videocamere di sicurezza, immagini della televisione e dei blog, intere sequenze registrate invece da altri personaggi. Tuttavia, alla base di questa sperimentazione rimane invariata, come cardine fondante, la teoria del montaggio romeriana, secondo la quale il montaggio rappresenta l'essenza stessa del mezzo cinematografico, capace di deformare arbitrariamente la realtà, decidendo cosa e come mostrare al pubblico. Da ciò scaturisce una relativizzazione della verità, la quale dipenderebbe sostanzialmente da chi ha la forza morale di responsabilizzarsi e imbracciare una videocamera al posto del fucile. In altre parole, ciò che non viene filtrato dall'occhio di una videocamera non esiste.

Avviene così un'inversione totale del ruolo del regista: Jason, che è totalmente impotente, incapace di agire nonché affetto da una sorta di alterigia per la sua "missione" di documentazione del reale, si rivela infine dotato di un potere eccezionale, quello di attestare la sua verità, il suo punto di vista. Il discorso metacinematografico è estremamente coerente: chi sta dietro la cinepresa ha un fardello da portare, ovvero quello di non poter cambiare il reale se non attraverso una duplicazione filmica di quest'ultimo, appunto attraverso il montaggio. Infine, viene criticata l'altra faccia del mezzo, ovvero la comunicazione di massa, appannaggio dei potenti e indirizzata all'intorpidimento e all'indottrinamento e, come tale, semplicemente esecrabile. Malgrado l'asprezza della riflessione autoreferenziale, nel film persiste una vena ironica, intenta a schernire con leggerezza una certa tipologia di cinema horror commerciale e scadente: da qui l'iconico appello secondo cui "gli zombie non corrono".

Per quanto concerne invece il nucleo tematico dell'opera, si può innanzitutto notare come Romero aggiunga all'impeccabile trattazione sociopolitica una sensibilità (mai così chiaramente espressa) sulla natura stessa dell'uomo. Nel film non si percepisce mai veramente una guerra tra gli uomini e gli zombie, dato che ambedue rappresentano la medesima cosa: l'uomo, ciò che è, ciò che rappresenta e ciò che costruisce. Di fatto si consuma una lotta tutta all'interno della sfera umana, nella quale vengono denudati i vizi, la crudeltà e soprattutto l'assenza di solidarietà, presente solo quando finalizzata alla conservazione di sé stessi. Senza ombra di dubbio la battuta finale del film si può considerare più eloquente di qualsiasi tentativo interpretativo: "Siamo degni di essere salvati? Ditemelo voi". La domanda rimane aperta e forse non ha un'effettiva risposta. A noi spettatori resta sicuramente l'irreprensibile cinema di uno dei più grandi artisti di sempre, ma anche tanto, tanto amaro in bocca.

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