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Love, Time and Death: Collateral Beauty.

di Lavinia Ratini · 10 ottobre 2025 · 3 min
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"Desideriamo l'amore, vorremmo avere più tempo e temiamo la morte."

E se un giorno le personificazioni dell'Amore, del Tempo e della Morte venissero a bussare alla porta? È un quesito che il protagonista del film Collateral Beauty (2016), Howard (interpretato da un magistrale e intimo Will Smith), di certo non deve essersi posto. Dopo la tragica morte della figlia Olivia, Howard scrive ogni giorno lettere indirizzate a queste tre entità astratte, senza immaginare che qualcuno possa davvero rispondere: "[…] i bimbi scrivono a Babbo Natale, non per questo sono pazzi; è una cosa terapeutica". Eppure, può davvero definirsi "terapeutico" scrivere ripetute lettere all'universo per un uomo che si muove tra le rovine del proprio mondo, con l'andatura di chi ha reciso ogni legame affettivo pur di non provare più nulla? Ogni parola diventa allora un rituale di sopravvivenza, un disperato tentativo di mantenere in vita ciò che è stato perduto e, al tempo stesso, di conferire un senso al lutto.

L'intera pellicola, filtrata attraverso lo sguardo e le premure dei colleghi di lavoro (Edward Norton, Kate Winslet, Michael Peña), tenta di farsi strada tra le macerie psichiche di Howard. Amore, Tempo e Morte sono specchi deformanti della sua coscienza: proiezioni di un dolore che cerca forma e collocazione, ma anche strumenti di guarigione. L'Amore (Keira Knightley) per Howard è un rischio cieco: con la sua potenza, ha animato la voce della figlia, fatto risuonare le sue risa e l'ha legata indissolubilmente al padre. Ora, però, Howard si sente tradito: "Io mi sono fidato di te, e tu mi hai pugnalato alle spalle". Davanti a questa entità, dovrà accettare la propria vulnerabilità e riconoscere che non può "cercare di vivere senza di esso".

Il Tempo (Jacob Latimore) è invece il suo nemico più silenzioso. Dalla morte della figlia, per Howard il passato è un abisso e il futuro un'ipotesi inaccettabile. Il loro confronto è diretto, privo di sentimentalismi: il Tempo, nel suo scorrere inesorabile, non guarisce, ma trasforma, e proprio nella trasformazione ciò che sembra perduto trova un nuovo linguaggio per esistere.

Infine, la Morte. Ossessione e annientamento, che Howard, riflessa nel volto di una brillante Helen Mirren, riscopre essere piuttosto un "confine" entro cui risiede la bellezza collaterale: la bellezza che non si cerca, ma che accade accanto al dolore, come effetto secondario della vita stessa. È questa l'arte che Howard impara lentamente: scorgere la luce tra le crepe dell'anima, vedere sbocciare fiori profumati accanto alla cenere.

Il caldo abbraccio finale tra la coppia ritrovata vuole comunicare proprio questo: la bellezza collaterale non è un premio per chi soffre, ma un dono per chi sceglie di restare. Restare significa accettare che l'amore non cancella il dolore, ma lo attraversa; che il tempo non guarisce le ferite, ma insegna a portarle; che la morte, infine, non è la fine di tutto, bensì il punto in cui il significato della vita si rivela nella sua forma più fragile e autentica. È in questa consapevolezza (silenziosa, dolce, irriducibile) che Howard ritrova se stesso, riconciliandosi con ciò che è stato e con ciò che ancora potrà essere.

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