L'ultimo ballo: Aftersun.

Al suo primo lungometraggio, Aftersun, Charlotte Wells sceglie di raccontare l'amore tra un padre e una figlia attraverso la materia friabile della memoria.
"Perché non diamo all'amore una seconda opportunità?"
Le parole di David Bowie, che aleggiano come il fumo di una candela appena spenta, accompagnano il viaggio interiore di Sophie, ormai adulta, mentre ripercorre l'ultima vacanza trascorsa con il padre Calum (Paul Mescal). A fare da cerniera tra ricordo e presente è lo sguardo della regista: l'alternanza tra immagini pulite e inserti in 4:3, più granosi e desaturati, rende tangibile la distanza tra ciò che fu vissuto e ciò che oggi viene compreso. Solo a distanza di anni, infatti, nelle incrinature dei ricordi, affiorano la sua fragilità emotiva e quei disturbi che la ragazzina non seppe vedere, assorbita nei primi passi verso l'adolescenza.
Aftersun interroga l'amore e i suoi limiti: quando può salvare e quando no, soprattutto quando prevalgono solitudine, insoddisfazione e tormento. Le inquadrature fisse e i campi medi misurano i "non detti" tra padre e figlia. Calum è l'esempio di quanto sia difficile comprendere i presagi della malattia, le sfumature della depressione e l'aspetto della più atroce sofferenza. È anche la dimostrazione che, nella vita, si può dare aiuto solo a chi lo desidera davvero: una consapevolezza con cui la piccola Sophie deve fare i conti, insieme alla colpa e all'inevitabile sensazione di abbandono che una bambina è costretta a scontare di fronte a una scelta tanto dolorosa quanto incomprensibile.
Ma Aftersun non è soltanto dolore, perdita e accettazione: insegna che l'amore è l'unica speranza possibile. Gli attimi di felicità, l'affetto e la condivisione consentono, seppur momentaneamente, di danzare sopra la patina dell'inquietudine e dei dolori dell'esistenza, in un ballo che speriamo duri per sempre. Un ballo infinito come quello dei ricordi di Sophie, perfetta conclusione di un viaggio che solo col tempo si rivela per quello che è stato davvero: un ritratto struggente della complessità dell'animo umano. Qui la fotografia lavora per sottrazione: i colori scelti da Gregory Oke sospendono il tempo in una malinconia di cartolina estiva, mentre il montaggio trattiene gli stacchi e fa respirare l'intimità.
La ciliegina sulla torta, il culmine emotivo, è l'immagine di una Sophie adulta che incontra suo padre in un night club. Un incontro immaginario che le permette di confrontarsi con sé stessa su ciò che è accaduto, sopraffatta prima da una rabbia cieca e poi da una travolgente tristezza. In una sequenza di glitch e frammenti sparsi, alternati alle immagini dell'ultimo ballo di quella splendida vacanza, cogliamo i pensieri devastanti della giovane donna: il desiderio di aiutarlo e il rimpianto di non averlo fatto; la consapevolezza di essere stata solo una ragazzina ingenua e l'accettazione di dover convivere con un simile peso sul cuore; la certezza di aver amato profondamente e l'amara comprensione che nulla, neppure l'amore più sincero, sarebbe riuscito a cambiare le cose. Tutto si raccoglie nella tensione disperata verso l'altro, che esplode nel più doloroso degli abbracci.
La forza dell'opera della Wells è il minimalismo stilistico, che lascia spazio all'emotività di una storia avvolta da un alone di mistero, destinato a dissiparsi gradualmente nello sguardo dello spettatore, in un connubio di commozione e sofferenza. Ma alla fine rimane solo una cosa: l'amore. Il rapporto tra i due protagonisti scalda il cuore come il sole al tramonto e ci consente di immedesimarci nella sofferenza di Sophie. Come ricorda Bowie, l'amore ti sfida, ti cambia, ti dà una seconda opportunità. Perché una vita all'insegna dell'amore è una vita realmente degna di essere vissuta.


