Una fiaba moderna: Odissea.

“O frati", dissi "che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza".
Dante, Inf. XVI
Odisseo, o Ulisse che dir si voglia, conserva le caratteristiche fondanti del proprio personaggio nell’etimologia del suo nome: «colui che odia» e, al contempo, «colui che è odiato». Figlio di Laerte e Anticlea, Ulisse assurge a simbolo storico e letterario della più profonda tracotanza nei confronti del divino: peccatore di hybris e di un’ossessiva curiositas, trascina alla rovina tutti i suoi compagni più fidati, vittime della sua insaziabile sete di conoscenza («delle colpe lor tutti perirono»). Ma la sfida agli dèi non condanna soltanto coloro che lo seguono, ma è anche un inesorabile cammino di autodistruzione, che conduce l’eroe, passo dopo passo, verso la propria rovina.
È proprio da questa complessità che prende avvio la rilettura cinematografica di Christopher Nolan. Il film ci catapulta nella cosiddetta Telemachia, narrata nei primi quattro libri del poema, dove Telemaco, figlio di Ulisse e Penelope, affranto dalla presenza dei Proci alla corte di Itaca, comprende che è giunto il momento di rivendicare un’assenza divenuta ormai insostenibile: quella del padre e sovrano di Itaca. Nel frattempo, Ulisse, lontano dalla patria da molti anni, è prigioniero della ninfa Calipso, la quale, perdutamente innamorata dell’eroe acheo, continua a nutrirlo con i fiori di loto, capaci di offuscare la lucidità e attenuare la nostalgia del ritorno. Il re di Itaca è rivisitato in chiave contemporanea, conservando intatta quell’insofferenza verso ogni limite umano e quella pretesa di supremazia nei confronti del Creato che ne fanno un personaggio tanto magnetico quanto tragico. Proprio perché si tratta di una reinterpretazione di una delle più grandi opere della letteratura, sarebbe ingenuo attendersi una trasposizione pedissequa dei ventiquattro libri del poema. Piuttosto, lo spettatore è chiamato a cogliere l’essenza dell’opera: una pellicola avvolgente, talvolta perturbante, scandita da sequenze belliche di grande impatto spettacolare. Lodevoli a tal proposito sono le interpretazioni di Matt Damon nei panni di Ulisse, di Anne Hathaway in quelli di Penelope, di Samantha Morton come Circe e di Robert Pattinson nel ruolo di Antinoo. Più insipida, invece, la prova di Tom Holland, il cui Telemaco fatica a restituire il tormento iniziale e la maturazione successiva del giovane principe. Merita infine una menzione la figura di Agamennone, interpretata da Benny Safdie, sovrano di Micene: sebbene il film gli riservi uno spazio limitato e ne faccia un personaggio pressoché silente, la sua sola presenza scenica conserva quella maestosità e quell’aura di timore reverenziale che la tradizione greca gli attribuisce. A fronte di queste considerazioni l’Odissea di Nolan si configura come una moderna fiaba epica, e un racconto che privilegia la dimensione simbolica e spettacolare rispetto alla fedeltà storica e filologica. Le numerose licenze narrative non costituiscono necessariamente un limite, bensì una precisa scelta autoriale, volta a restituire l’universalità del viaggio di Ulisse attraverso una sensibilità contemporanea.
Sotto il profilo strettamente cinematografico, la pellicola è pressoché ineccepibile: la fotografia, di assoluta purezza formale, conferisce a ogni inquadratura una forza evocativa che amplifica la monumentalità del racconto. Eppure, proprio a fronte di un simile splendore visivo, emergono alcune omissioni che lasciano inevitabilmente perplessi. Alcuni episodi fondamentali della tradizione omerica, infatti, risultano assenti o significativamente ridimensionati. Tra le omissioni più significative spicca il ruolo marginale degli dèi, che nella storia epica rappresentavano degli autentici motori dell'azione. Nel testo originale, è Ermes a trasmettere a Calipso l'ordine divino di liberare Ulisse, dopo che la ninfa gli aveva inutilmente offerto il dono dell'immortalità; successivamente Poseidone scatena la tempesta che conduce l'eroe a Scheria, dove l'incontro con Nausicaa, figlia di Alcinoo, costituisce uno snodo fondamentale della narrazione, poiché qui Ulisse, celando inizialmente la propria identità, rievoca con commozione la guerra di Troia e dà avvio al lungo racconto delle sue peregrinazioni. Sono inoltre assenti alcuni degli episodi più emblematici del viaggio, ad esempio: il saccheggio di Ismara e la fuga dalla terra dei Ciconi; l'approdo presso i Lotofagi; il celebre inganno ai danni di Polifemo, al quale Ulisse si presenta con il nome di «Nessuno», cosicché, una volta accecato, il ciclope invoca invano l'aiuto dei suoi simili gridando che «Nessuno» lo ha colpito; l'incontro con Eolo e il dono dell'otre dei venti, aperto incautamente dai compagni nella convinzione che custodisse un tesoro, provocando una tempesta che li sospinge fino alla terra dei Lestrigoni; infine la catabasi nell'Ade, dove Ulisse ritrova l'ombra della madre Anticlea, consumata dal dolore per la prolungata assenza del figlio, e il veggente Tiresia, le cui profezie preannunciano il destino dell'eroe e la sua «morte dolce venuta dal mare». L'Ade, pur profondamente rivisitato da Nolan, attraverso la presenza di Sinone e dei compagni caduti durante le sue imprese, resta uno dei momenti più intensi e suggestivi dell'intera narrazione cinematografica, poiché trasforma il viaggio dell'eroe in un doloroso confronto con il proprio passato e con l'inevitabilità del destino.
In definitiva, la pellicola si rivela coinvolgente e solidamente costruita, decisamente intrattenente nella prima parte, un po’ affrettata e caotica nell’ultima. Il merito più grande di Christopher Nolan risiede nell'aver compreso che, nel 2026, il suo Ulisse non avrebbe potuto coincidere con quello di Omero: una scelta tanto coraggiosa quanto necessaria. L'eroe interpretato da Matt Damon si fa portatore di inquietudine, rimorso e senso di colpa; è un eroe tragico appesantito da un senso di colpa di matrice cristiano-occidentale che differisce dall’essenza dell’originale greco. Manca quasi totalmente la metis, quell’arte della menzogna come strumento di sopravvivenza e quella capacità dissimulatoria che rendevano Ulisse un personaggio atemporale.


