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Pandora non si rinnova: Avatar - Fuoco e Cenere.

di Flavio Capuano · 29 dicembre 2025 · 2 min
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Terzo capitolo della celeberrima saga firmata James Cameron, dopo Avatar (2009) e Avatar: La via dell'acqua, Avatar: Fuoco e Cenere (2025) si allaccia direttamente alle vicende del secondo film, riprendendo in toto la tradizione del franchise. La famiglia dei Sully continua la propria vita nel villaggio Metkayina, stremata sia dalle guerre che dalla morte del primogenito Neteyam. Intanto Spider inizia a essere inviso a Neytiri e i Sully prendono la decisione di rispedirlo alla base umana, accompagnandolo con i mercanti del vento. Qui vengono aggrediti dal popolo della cenere, i Mangkwan, con a capo la tsahik Varang: comincerà così un'escalation di violenza che coinvolgerà i vari nativi del pianeta Pandora e la Gente del Cielo.

Cameron, sia in qualità di regista che di produttore e sceneggiatore, offre un prodotto ad altissimo budget (secondo alcune stime circa 400 milioni di dollari), che sfrutta come di consueto tutte le tecnologie cinematografiche a sua disposizione. Nonostante lo spettacolo estetico e visivo sia sempre garantito, l'originalità, già sbiadita nel secondo capitolo, è qui completamente perduta. La scrittura mediocre e carente delle prime due pellicole è qui insopportabilmente inadeguata e approssimativa. L'intreccio stesso della trama è ripetitivo e sconclusionato: dopo un ottimo primo tempo nel quale vengono introdotti i personaggi, si assiste nuovamente alla preparazione della guerra, alla parziale vittoria dei "cattivi" e al lieto fine con la ribellione della natura. A questo proposito anche la religiosità dei Na'vi, animista e immanentista, è riproposta in maniera sommaria e anch'essa sembra persino piegarsi alla follia bellica.

Rispetto ad Avatar: La via dell'acqua, però, si nota un ritorno, per quanto limitato, all'impegno politico e all'ecologismo: la critica al militarismo e alla mentalità dei Marines, quando messa in scena correttamente, risulta nel cinema di Cameron sempre apprezzabile e pregevole. Un altro elemento degno di nota è la rappresentazione sessualizzante della tsahik Varang, primo personaggio posto sotto una lente erotica, sebbene questa mantenga una connotazione a tratti misogina.

Nonostante tutto, tralasciando anche lo squilibrio formale-contenutistico, lo straordinario cineasta canadese riesce sempre a stupire, giustapponendo sequenze di stupefacente bellezza e difficoltà tecnica, nonché di grande impatto scenografico. In conclusione questo terzo capitolo, per quanto ridondante e piuttosto sterile, ha l'innegabile merito di risultare godibile e di riuscire a riportare lo spettatore nella sala cinematografica.

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