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Una perversione borghese: Piscina infinita.

di Flavio Capuano · 7 agosto 2026 · 3 min
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Terzo lungometraggio di Brandon Cronenberg, "Infinity Pool" (2023) si pone sul solco dei primi due, muovendosi all'interno della più squisita e disturbante tradizione sci-fi / body horror. Le vicende seguono James Foster (Alexander Skarsgård), scrittore in impasse che trascorre le vacanze con la ricca moglie Em (Cleopatra Coleman) in un resort a Li Tolqa, paese fittizio caratterizzato da leggi assurde e fortemente reazionarie. I due conoscono Gabi (Mia Goth) e il compagno Alban (Jalil Lespert), con i quali escono illegalmente dal resort in automobile, si ubriacano in spiaggia e, al loro ritorno, provocano, per colpa di James, un incidente, uccidendo un passante. James dovrà ben presto confrontarsi con la corrotta polizia di Li Tolqa, la quale gli illustra la pena che gli spetta: o essere giustiziato dal primogenito della vittima o spendere un'ingente quantità di denaro per essere clonato, assistendo poi alla medesima punizione del proprio clone. James sceglie la seconda opzione e da lì in poi verrà coinvolto nei brutali e agghiaccianti "divertissements" di Gabi e dei suoi amici.

La pellicola, che mantiene un clima tesissimo e mai stemperato per tutta la sua durata, acquista, soprattutto nell'ultima ora, toni fortemente psichedelici e allucinogeni, disturbando tuttavia sempre più sul piano psicologico che su quello grafico. Brandon Cronenberg recepisce alla perfezione la lezione del body horror - inaugurato dal padre, David Cronenberg - raccontando e, in qualche modo, profetizzando innanzitutto la politicizzazione della carne, mostrando come essa possa mettere in crisi l'identità del soggetto attraverso le deformazioni corporee. Indubbi riferimenti si possono cercare in capolavori quali "Crash" (1996) e "Cosmopolis" (2012). Nonostante il film biasimi ovviamente le politiche disumanizzanti di Li Tolqa, esso sembrerebbe porre maggiormente l'accento sulla brutalità dei turisti, emblemi della classe borghese contemporanea. Si intuisce da sé come gli abitanti di Li Tolqa debbano pagare con il proprio corpo e con la propria coscienza mentre i ricchi turisti possano sempre avere un duplicato immacolato di se stessi che risponde per loro. La crisi dell'identità che ne scaturisce non è quindi fine a sé stessa proprio in quanto impregnata di un significato politico forte.

Per dirla con Lukács, quella dei borghesi rappresentati è una "falsa coscienza" e ciò li porta inevitabilmente alla spersonalizzazione dell'altro, all'inseguimento del più becero e mero piacere. Gli stessi borghesi si allontanano sempre di più dall'apollineo, inseguendo riti sessuali e di dissolutezza tipici di una corruzione della dimensione dionisiaca. È così offerta una lettura tutt'altro che moralizzante della contemporaneità, capace di scandalizzare senza essere sterilmente estrema, mediante un ritratto sapiente della perversione borghese che ricorda fortemente il "Salò o le 120 giornate di Sodoma" (1975) di Pier Paolo Pasolini.

Dal punto di vista stilistico, invece, il film trova la forza per evidenziare i propri concetti cardine grazie a un'alternanza rapsodica di sequenze allucinate e di altre dove primeggia la costruzione dell'immagine. Il risultato è un affresco malinconico e asimmetrico, capace di strappare via le fondamenta su cui poggiano gli spettatori, inquinando la visione fin dall'inizio. Questo stile così caratteristico e grezzo è reso possibile da un montaggio asciutto e da movimenti di macchina alienanti e incompleti ma anche dalla prova attoriale assolutamente straordinaria di Alexander Skarsgård e Mia Goth. Per concludere, la pellicola, nonostante possa essere superficialmente tacciata di immaturità, resta un ritratto perturbante e, a mio avviso, riuscito delle tendenze inconsce e deviate della nuova classe borghese.

Verdetto in tre righe
Un affresco allucinato e disturbante della nuova classe borghese, in cui il body horror diventa spietato strumento di critica politica per un incubo psichedelico.

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