A pugni chiusi: Tokyo Fist.

Tokyo Fist (1995) rappresenta uno degli esperimenti cinematografici nipponici più riusciti e completi degli anni '90. Shin'ya Tsukamoto - qui autore totale capace di ricoprire tutte le maestranze - mette in scena una storia di ultraviolenza in una Tokyo alienante, pressocché cyberpunk e crudissima. La storia narrata vede protagonista lo stesso autore nei panni di Tsuda, agente assicurativo spossato e annoiato, fidanzato con la sensuale Hizuru. La monotonia della loro quotidianità viene improvvisamente infranta da Kojima, boxer nevrotico e vecchio compagno di scuola di Tsuda - interpretato dal fratello del regista Kôji Tsukamoto. Kojima tenta infatti di sedurre Hizuru e Tsuda, il quale, geloso e infuriato, si scontrerà con il rivale, venendo tuttavia percosso brutalmente e umiliato. Alienato dal lavoro e dalla società e vedutosi sottrarre la fidanzata, Tsuda incomincerà a tirare di boxe in vista di una propria vendetta. Tsukamoto costringe spietatamente lo spettatore a dover fronteggiare un tripudio di prepotenze e tafferugli, un grand guignol amplificato da immagini perturbanti, condite da luci allucinate nonché un tenue tocco di humor nero. Lo sfondo dell'azione è già di per sé l'elemento più eloquente e protagonista dell'intera pellicola: la Tokyo asettica di fine millenio che viene colta da una fotografia brillante, costituita da tagli di luce assurdi che si stagliano nelle strade e nei palazzi della metropoli. Ciononostante, la scelta di Tokyo non ha una mera giustificazione estetica in quanto diviene immediatamente simbolo universale di un sistema straniante e spersonalizzante, assillante e distintivo di una gran parte della società giapponese. La gratuità stessa della violenza, oltre allo spettacolo orrido ma indubbiamente d'effetto, è la proiezione di una generazione perduta e disagiata. L'autore vuole mostrare così una nevrosi collettiva che trasfigura l'uomo in un essere ferino e brutale, vincolato a un'esistenza che trova nello spargimento di sangue l'unico veicolo di sfogo e di significazione. Risulta così altresì particolarmente riuscita l'analisi proposta riguardo alla mascolinità: con una sensibilità squisitamente buñuelliana, Tsukamoto attacca il machismo, introducendo una donna che, sebbene sui generis, acquista i caratteri tipici di una femme fatale. Proprio su questa figura insiste inoltre la deformazione del corpo ricercata spasmodicamente dal regista, questa volta con un marcato gusto post-moderno. Hizuru, quindi, scoprendo un piacere erotico nel forarsi la pelle con piercing e marchiandola con tatuaggi, diviene una sorta di idolo-feticcio della civiltà industriale, oggetto di lotta tra i due personaggi maschili protagonisti. Nonostante gli evidenti debiti dovuti al body horror di matrice cronenberghiana, risulterebbe semplicistico, se non persino irritante, ridimensionare il contributo tematico-estetico apportato da Tsukamoto. Il corpo è percepito come un ente "mobile" che si trasmuta, si fonde con il metallo e si sintetizza infine in qualcosa di altro, di completamente nuovo. Se per Cronenberg la deformazione del corpo è irreversibile, in Tokyo Fist si ravvisa, invece, un comportamento ciclico, mutevole fino al parossismo. In conclusione si può affermare come la pellicola, divenuta con il tempo un vero e proprio film di culto, conservi un alone di enigmaticità e complessità inalienabili ma tuttavia capace di disturbare ancora spettatori di ogni tipo. È assolutamente indubitabile infine la visionarietà di un artista come Tsukamoto nonché l'importanza storica di questo caposaldo del cinema post-moderno.


